Minaccia di licenziamento: è estorsione verso i dipendenti

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    La minaccia di licenziamento può diventare un reato se il datore di lavoro fa firmare un contratto di lavoro a orario parziale ma fa svolgere al lavoratore più ore di quelle dichiarate.

    La sentenza n. 18727 del 5 maggio 2016 emessa dalla Corte di Cassazione penale specifica che è reato la minaccia di licenziamento, in caso di rifiuto, costringendo il dipendente alla firma di dimissioni in bianco e a dichiarare il falso in caso di una visita ispettiva.

    Il caso in questione, gestito in udienza preliminare dal Tribunale di Trapani e poi dalla Corte di Appello di Palermo, evidenzia come la vittima della minaccia di licenziamento sia sottomessa al comportamento ricattatorio ed estorsivo del datore di lavoro.

    La Suprema Corte afferma inoltre come il reato va collegato al contesto globale in cui è successo il fatto, considerata la mancanza di posti di lavoro e la disoccupazione che provoca una limitazione alla totale libertà di espressione delle volontà dei lavoratori.

    Quindi, il datore di lavoro commette un reato se minaccia i lavoratori di licenziarli se questi non accettano le condizioni di contratto e lo stipendio ridotto.

    La Cassazione ha condannato l’imputato alla pena finale complessiva di due anni, sei mesi e venti giorni di reclusione e 260 euro di multa.

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