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Commissione Europea e sindacati insieme per regolare la gig economy

Commissione Europea e sindacati insieme per regolare la gig economy

La Commissione Europea prosegue la discussione con i sindacati e le associazioni datoriali a livello europeo su come modernizzare le regole dei contratti di lavoro, così da renderli più giusti e conosciuti a tutti i tipi di lavoratori.

L’iniziativa – che fa andare avanti il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali – mira a creare una convergenza tra gli Stati Membri verso delle condizioni migliori di vita e di lavoro.

L’idea della Commissione è di allargare il parametro di attuazione dell’attuale Direttiva europea sui contratti (la cosiddetta Written Statement Directive) a tutte le forme di impiego, come i lavoratori a chiamata, voucher e i lavoratori della gig economy o su piattaforme online.

I sindacati potranno contribuire con un proprio documento entro il 3 novembre 2017. La Commissione europea vuole presentare una proposta di legge entro la fine dell’anno.

Valdis Dombrovskis, Vice Presidente europeo e responsabile del Dialogo Sociale ha recentemente dichiarato che “il ruolo delle parti sociali è centrale per andare avanti col Pilastro Europeo dei Diritti Sociali. In particolar modo quando si tratta di prendere di petto le sfide con le nuove forme di impiego e fornire adeguate condizioni di lavoro per i lavori atipici”.

Marianne Thyssen, Commissario al lavoro ha aggiunto che “i lavoratori hanno il diritto di essere informati sui loro diritti e doveri quando iniziano un lavoro. Voglio che tutti i lavoratori in Europa siano coperti da tutele di base, aldilà del proprio stato di impiego, siano lavoratori di piattaforme online o fattorini”.

Il prossimo 17 novembre 2017 a Göteborg, in Svezia, si terrà il Summit sui diritti sociali per la crescita e un lavoro giusto.

Intelligenza artificiale, 4 aziende su 5 hanno creato lavoro

Intelligenza artificiale, 4 aziende su 5 hanno creato lavoro

Capgemini, leader mondiale nel settore della consulenza, della tecnologia e dei servizi di outsourcing, ha annunciato oggi i risultati dello studio “Turning AI into concrete value: the successful implementers’ toolkit”. La ricerca è stata condotta su circa 1.000 aziende con ricavi superiori ai 500 mila dollari che stanno implementando Intelligenza Artificiale (IA) come progetto pilota o su ampia scala.

Lo studio neutralizza i timori legati alla possibilità che l’Intelligenza Artificiale possa causare, nel breve termine, ingenti perdite di posti di lavoro – difatti, l’83% delle imprese intervistate conferma la creazione di nuove posizioni all’interno dell’azienda – e mette in luce le opportunità di crescita poste in essere dall’IA: i tre quarti delle società intervistate hanno registrato un aumento delle vendite del 10%, direttamente legato all’implementazione dell’Intelligenza Artificiale.

Creazione di nuovi posti di lavoro

La ricerca, condotta su manager provenienti da nove paesi e attivi in sette diversi settori, ha evidenziato che grazie all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, 4 imprese su 5 (83%) hanno creato nuovi posti di lavoro. Nello specifico, si tratta di posti di lavoro a livello senior, con i due terzi delle nuove assunzioni a livello manageriale o di livello superiore. Oltre i tre quinti delle imprese che hanno implementato l’IA su larga scala (63%) inoltre, affermano che non vi è stata alcuna perdita di posti di lavoro.

Insieme al trend legato alla creazione di nuovi posti di lavoro a livello manageriale, il report rivela che per molte imprese l’IA rappresenta un mezzo per diminuire lo svolgimento di attività ripetitive e di mansioni amministrative, in modo da poter generare più valore. La maggior parte degli intervistati (71%) ha avviato in maniera proattiva un efficientamento delle competenze/riqualificazione dei dipendenti così da poter trarre vantaggio dagli investimenti fatti in termini di IA. La stragrande maggioranza delle aziende che hanno implementato l’Intelligenza Artificiale su larga scala, invece, ritiene che l’IA semplificherà i lavori più complessi (89%) e che le macchine intelligenti coesisteranno con la forza lavoro all’interno dell’azienda (88%).

«L’intenzione, in sostanza, è utilizzare il capitale umano al massimo delle sue potenzialità», ha affermato Michael Natusch, Global Head per l’IA di Prudential. «Con l’Intelligenza Artificiale si riduce il tempo che in precedenza veniva impiegato per svolgere mansioni ripetitive, così da poter permettere ai dipendenti di concentrarsi su attività che generano maggiore valore, sia per le imprese che per i clienti».

Chi utilizza Intelligenza Artificiale si concentra sulla customer experience

Dallo studio è inoltre emerso che le società con particolare esperienza in ambito tecnologico stanno utilizzando l’IA per incrementare le vendite, potenziare l’operatività, facilitare l’engagement dei clienti e generare idee di business. Sembra che questa strategia stia già funzionando, dato che tre quarti delle imprese hanno già registrato un incremento delle vendite del 10%. Il focus delle imprese che utilizzano l’IA si conferma la customer experience: il 73% ritiene che l’Intelligenza Artificiale possa incrementare il grado di soddisfazione del cliente, mentre il 65% afferma che queste tecnologie possano ridurre il tasso futuro di abbandono da parte della clientela.

Mancate opportunità

Dalla ricerca si evince che molte aziende non hanno ancora allineato gli investimenti in Intelligenza Artificiale con le opportunità di business. Nelle mani degli esperti di tecnologia, le aziende tendono a dare priorità a progetti sfidanti in ambito IA, perdendo così di vista gli obiettivi più raggiungibili. Oltre la metà (58%) si concentra sulle applicazioni “need to do”, o su quei progetti ad elevata complessità/che portano maggiori vantaggi – come ad esempio gli ambiti legati al customer service. Al contrario, solo il 46% delle società sta implementando l’Intelligenza Artificiale di tipo “must do”, caratterizzata da un grado di complessità minore/elevati benefici. Se le aziende riuscissero a fronteggiare contemporaneamente questi ambiti, potrebbero registrare benefici di business più alti. Ad esempio, coloro che implementano un gran numero di casi di utilizzo “must do” sono in grado di ridurre l’abbandono della clientela in media fino al 26%.

I settori tradizionali fanno da traino

I settori tradizionali e quelli altamente regolamentati sono i più attivi in ambito Intelligenza Artificiale: il 49% delle telco, il 41% dei rivenditori al dettaglio e il 36% degli istituti bancari registrano il maggior grado di implementazione in termini di Intelligenza Artificiale su larga scala, mentre il settore automotive (26%) e quello manifatturiero registrano attualmente il livello più basso di implementazione.

Oltre ai settori, c’è un evidente contrasto tra paesi. Tra le imprese che hanno implementato l’IA, oltre la metà delle società indiane (58%) sta già utilizzano l’Intelligenza Artificiale su larga scala, con l’Australia che segue a ruota (49%). I Paesi europei, compresi Spagna (31%), Olanda (24%) e Francia (21%), ricoprono le posizioni più basse nella classifica di impiego, mentre l’Italia si posiziona al terzo posto (44%) subito dopo l’Australia e seguita dalla Germania (42%), in controtendenza rispetto ai mercati limitrofi che si rivelano ancora impreparati ad utilizzare questo tipo di tecnologia.

«L’IA ha la capacità di rivoluzionare le aziende di qualsiasi settore di mercato; il suo potenziale è ampio e illimitato», ha affermato Andrea Falleni, Amministratore Delegato di Capgemini Italia e Eastern Europe. «Tuttavia stiamo assistendo a una forte divergenza tra le imprese che implementano soluzioni di IA su scala, quelle che stanno già raccogliendo i suoi frutti e quelle che la stanno semplicemente testando».

«È inoltre piuttosto significativo il fatto che le imprese stiano concentrando i loro sforzi sui progetti di IA più complessi, perdendo di vista quelli più semplici, che potrebbero portare a benefici più rapidi. Le società, specialmente quelle che non hanno ancora implementato l’IA su scala, dovrebbero concentrarsi su quei progetti meno complessi e ad alto beneficio per sfruttare abilmente e più velocemente il potere dell’IA».

Come avviare l’implementazione della Intelligenza Artificiale

Le aziende che cercano di sfruttare le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale dovranno fronteggiare una serie di sfide e dovranno avere una chiara visione degli ambiti in cui l’IA può generare benefici più duratori, sia per il business che per i clienti. Il report si conclude delineando una serie di passaggi essenziali per dare il via all’implementazione dell’Intelligenza Artificiale, tra i quali:

  • Gestire le principali sfide poste dalla tecnologia e dalle persone
  • Individuare le aree in cui l’IA può creare vantaggi maggiori e a lungo termine
  • Combinare visione top-down e esecuzione bottom-up
  • Preparare l’azienda

Clicca qui per scaricare una copia del report.

Metodologia dello studio

La ricerca del Digital Transformation Institute di Capgemini offre un quadro generale sulle opportunità e sui benefici che l’intelligenza artificiale può apportare alle imprese. Il report include il parere di 993 intervistati provenienti da nove Paesi: Australia, Francia, Germania, India, Italia, Olanda, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti. Tra i partecipanti allo studio troviamo manager dell’area Intelligenza Artificiale (senior manager o con qualifica superiore) di multinazionali, startup e vendor di sette diversi settori industriali: automotive, bancario, assicurativo, manifatturiero, telecomunicazioni, retail e utility. Le società intervistate hanno tutte ricavi pari o superiori ai 500 milioni di dollari. La ricerca è stata condotta tra marzo e giugno 2017.

Gig economy in Italia: cosa fare dopo il Deliverance Strike Mass?

Gig economy in Italia: cosa fare dopo il Deliverance Strike Mass?

Abbiamo partecipato alla Deliverance Strike Mass di sabato 15 luglio a Milano organizzata da Deliverance Milano, gruppo di rider e precari autorganizzati e autonomi del capoluogo lombardo.

Alcune riflessioni sull’evento (e non solo) potrebbero essere utili per alimentare il dibattito sulla gig economy in Italia.

L’evento, i numeri, i media

L’iniziativa ha visto come punto di partenza e di arrivo Piazza XXIV maggio a Milano, il cuore – a detta degli organizzatori – della città che nei decenni passati protestava per avere più diritti sul lavoro e che oggi invece sembra abbia subito una trasformazione radicale.

La piazza è oggi anche uno dei punti di ritrovo dei rider della gig economy a Milano. Uno di quei posti dove i fattorini attendono la notifica della propria app per arrivare nei ristoranti/pizzerie/farmacie, prendere la consegna e portarla al consumatore.

Se dovessimo guardare solo alla partecipazione numerica dei rider alla Deliverance Strike Mass, potremmo dire che non è andata molto bene.

Consideriamo inoltre l’aggiunta di un gruppetto di rider provenienti da Torino (cioè, alcuni di quelli che hanno cominciato le proteste lo scorso novembre con Foodora e oggi passati a Deliveroo) e alcuni simpatizzanti, ad occhio sono arrivati a un totale di circa 50-60 persone nel momento di picco della manifestazione che si è avuto durante la fase iniziale della biciclettata.

La partecipazione è stata sicuramente inferiore alle attese.

Ricordiamo che la manifestazione riguardava tutti i fattorini delle principali app del mondo delivery in Italia: Foodora, Deliveroo, Just Eat, Glovo e Uber Eats.

Tuttavia, bisogna notare come gli organizzatori abbiano ridato vita alla protesta dei lavoratori delle consegne a domicilio, dopo che lo scorso autunno a Milano, proprio i rider torinesi di Foodora provarono a coinvolgere i colleghi del capoluogo lombardo ma senza grossa fortuna.

In tutto ciò, bisogna anche aggiungere l’aspetto mediatico che ha già giocato in questi ultimi mesi un ruolo importante.

Sappiamo che la bolla è scoppiata grazie al caso Foodora l’anno scorso. Da lì in poi si è creato un dibattito pubblico altalenante sulla gig economy – tra video inchieste, eventi, articoli di giornale – che probabilmente ha giocato a favore anche dell’iniziativa organizzata dal gruppo Deliverance a Milano il 15 luglio.

Nonostante ciò, e probabilmente anche a causa delle comunicazioni aziendali fatte ai rider prima dell’iniziativa, si poteva ottenere un maggior coinvolgimento.

I sindacati, la politica e i fattorini della gig economy

Forse è la parte più delicata e complessa del tema. Alla manifestazione hanno partecipato – senza bandiere, spille o simboli vari – (oltre a noi) anche alcuni sindacati di base e dei rappresentanti politici milanesi di sinistra.

Sarebbe interessante capire oggi quanto siano vicini al movimento Deliverance Milano. Quando iniziarono le proteste dei rider di Foodora nel novembre 2016, i SI Cobas furono accanto ai fattorini per cercare di assisterli e organizzare un incontro con l’azienda che si rifiutò di parlare con la rappresentanza sindacale.

Sembra comunque anche oggi – a distanza di mesi e senza grossi risultati nonostante il rumore mediatico – difficile avere un dialogo tra i rider e i sindacati tradizionali.

Vuoi la crisi generale di rappresentanza sia politica sia dei corpi intermedi, vuoi un certo racconto del mondo dell’economia dei “lavoretti” che non aiuta il dialogo, sarà difficile trovare uno spazio di confronto se non ci si apre in maniera schietta l’un l’altro.

Deliverance Milano ha annunciato un’assemblea pubblicata per settembre. Sarà l’occasione per condividere le buone intenzioni che animano rider, sindacati e politica aldilà delle sigle e delle bandiere?

Si potrà lavorare in un’ottica partecipativa prendendo esempio dai paesi scandinavi dove parti sociali, governi e imprese sono seduti attorno a un tavolo per disegnare le politiche delle piattaforme di lavoro online?

D’altronde, volendo fare qualche domanda un po’ più precisa, sarebbe interessante capire: a chi appartiene la società DS XXXVI Italy S.r.l.? Quale CCNL applica ai suoi dipendenti? A quali sindacati ha scritto eventuali comunicazioni sulla rappresentanza dei lavoratori?

Qualora ci fossero i presupposti per applicare il CCNL del terziario o stabilire un accordo economico collettivo ad hoc per i rider di una o più società di delivery, si potrebbe pensare di fare parte (attiva) dei sindacati che hanno firmato il suddetto contratto collettivo per rivendicare i propri diritti per un lavoro (non lavoretto) che merita le giuste tutele.

Riflessioni sul futuro della gig economy in Italia

Resta ancora difficile tracciare un percorso preciso sulla gig economy in Italia.

Un aspetto positivo è sicuramente l’interesse crescente da parte delle istituzioni a livello europeo e nazionale, dei sindacati e dei lavoratori.

Le note dolenti sono legate sempre ai numeri: nonostante l’interesse in aumento sul tema, sono ancora poche le persone consapevoli del fenomeno della gig economy. La partecipazione alla Deliverance Strike Mass è un esempio lampante.

Forse i lavoratori della gig economy non sono consapevoli di far parte di questo fenomeno, forse vige il ragionamento “l’importante è che mi paghino”.  Tutto il resto non conta.

Come spesso accade oggi – in tempi di disintermediazione – sono solo pochi quelli che animati da uno spirito critico si lanciano in proteste contro determinati nuovi modelli di business.

Ci può essere anche il rischio concreto che sia una discussione per “addetti ai lavori” tra accademici, sindacalisti e legislatori mentre fuori il mercato crea e distrugge il lavoro in tempi così rapidi che trovare soluzioni diventa un mero esercizio di stile?

Trovare una soluzione unica è in sostanza impossibile. Ogni piattaforma ha la sua storia, il suo algoritmo, le sue dinamiche lavorative.

Se da un lato abbiamo già alcune proposte pratiche (le app come agenzie di intermediazione di lavoro, la Carta di Francoforte, il Jobs App, l’interrogazione parlamentare di Giovanni Paglia di Sinistra Italiana), dall’altro la definizione di una norma sembra ancora lontana.

Volendo guardare al modello sindacale nordico, sarebbe interessante valutare anche l’ipotesi di un tavolo formato da governo, parti sociali e consumatori che definisca un set di norme ombrello che possano essere applicate a tutte le piattaforme di lavoro online e poi stipulare singoli accordi per ogni applicazione così da definire i confini normativi ed economici.

Qualcuno obietterà che si deve regolare a livello europeo. Obiezione giusta, per carità.

La Commissione europea – con una circolare di giugno 2016 – ha comunque demandato ai singoli Paesi di legiferare sulla sharing economy, per esempio.

Sempre la Commissione europea e anche il Parlamento europeo hanno dimostrato interesse sulla gig economy con la produzione di alcuni documenti (Il pilastro europeo dei diritti sociali e la risoluzione parlamentare sull’economia collaborativa, per esempio).

Come dire, le intenzioni sono buone ma bisogna cercare di passare ai fatti il prima possibile.

In ultimo – ma non per ordine di importanza – è necessario precisare una cosa fondamentale per il futuro della gig economy.

Sicuramente i casi Foodora, Deliveroo, Uber e via dicendo sono al centro del dibattito mediatico e ci può stare.

Sono dei lavori che pongono la fisicità al centro. Chi non ha mai fatto caso ai quei giovani (e meno giovani) sfrecciare con quei cubi più o meno colorati sulle spalle nelle vie di diverse città italiane?

Tuttavia, affinché si possa fare un lavoro completo di regolazione della gig economy, bisogna andare oltre. Esistono piattaforme per i lavori più svariati (dal lavoro domestico all’informatica, dal design alla ristorazione, per dirne solo alcune) che hanno già migliaia di iscritti in Italia.

Bisogna pensare anche alle tutele di questi lavoratori e fare un ragionamento più ampio rispetto al solo mondo del delivery.

In questo caso sì che bisogna pedalare!


Per chi lavora nel mondo della gig economy in Italia, è sempre attivo il nostro osservatorio sulle piattaforme di lavoro online. Un breve questionario da compilare in pochi minuti raggiungibile tramite questo link.

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Ricerca gig economy in Italia: i primi risultati

Ricerca gig economy in Italia: i primi risultati

Sono più gig worker che freelance, svolgono i lavori più disparati e vogliono tutele e diritti come dei veri e propri lavoratori.

Ecco i primi risultati della nostra ricerca online sulla gig economy in Italia che abbiamo lanciato a gennaio 2017 e che proseguirà come punto di ascolto permanente almeno per tutto l’anno in corso.

L’identikit dei gig worker italiani

I gig workers italiani sono principalmente uomini (84%) e sono per la maggiore giovani (18-34 anni, 55%). Mentre nella fascia di età 35-54 anni si piazza il 28% dei rispondenti. Vivono principalmente al Nord (50%) e al Centro (33%).

La laurea di secondo livello (31%) è il titolo di studio più frequente tra gli intervistati. A seguire la licenza media superiore (25%) e a pari merito (19%) la laurea di primo livello e il master o corsi post-laurea. Solo il 6% dichiara di avere la licenza di scuola elementare.

Le esperienze di lavoro passate dei gig worker

Una prima evidenza offerta dall’indagine è la diversità dei lavori svolti dagli intervistati. Si va dal muratore al consulente per aziende in remoto, dal pizzaiolo all’ex impiegato di una multinazionale all’estero, dal pasticciere al grafico.

Le piattaforme di lavoro online utilizzate

Anche nel caso delle piattaforme online di lavoro e di app emergono dati interessanti. Dalle più conosciute come Foodora, Deliveroo, Upwork, Elance, Fiverr e Freelancer.com alle meno note Translatorscafe.com, Lionbridge, Zintro e Actionscript.com.

Vanno segnalate anche le piattaforme italiane Tabbid, Gogojobo, Taskunters ed Ernesto. Segnale che anche in Italia la gig economy non significa solo servizi di food delivery ma anche qualcosa di più vasto e trasversale nei vari settori lavorativi.

Il lavoro sulle piattaforme online

Il 60% dei rispondenti ha dichiarato che ha lavorato almeno una volta nell’ultimo anno attraverso le piattaforme della gig economy. Il 25% invece lavora attualmente su una o più piattaforme in maniera costante.

Come per le esperienze di lavoro passate, anche nel caso dei “lavoretti” online c’è una grossa varietà di risposte. Il settore più grosso è rappresentato dai lavori creativi/informatici sul proprio computer (35%).

Seguono “Taxi o altro tipo di guida (fattorino)” col 20%. Al terzo posto si piazzano i lavori di ufficio, compiti brevi o “click work” tipo la moderazione di commenti e immagini online col 15%.

Orari e retribuzione della gig economy in Italia

Il 50% dei partecipanti al questionario ha risposto che dedica fino a 2 ore al giorno per il lavoro su piattaforme. Il 25% ha dichiarato di lavorare per più di 4 ore al giorno.

Il 74% degli intervistati guadagna fino a 5mila euro all’anno. Mentre il 16% riesce a ottenere guadagni superiori ai 15mila euro all’anno.

Segno chiaro della cosiddetta dinamica “winner takes all” della gig economy: cioè, da un lato molti lavoratori che guadagno poco e dall’altro pochi che guadagnano molto.

Abbiamo provato a chiedere un commento sulla retribuzione del lavoro su piattaforma online e i commenti sono diversi: dal “Solo per necessità, è sempre troppo basso il compenso” a “L’importante è che mi paghino”, da “Retribuzione sia oraria che a consegna, inoltre mance online e mano, e bonus vari su affiancamento di nuovi driver“
a “Sono buone per trovare contatti, ma il lavoro va svolto fuori. Lavorare direttamente sulle piattaforme significa fare concorrenza al ribasso con frotte di indiani, cinesi, est europei, il più delle volte incapaci, ma che distruggono il mercato“.

I contratti applicati nella gig economy in Italia

Chiaramente nessuno ha applicato un contratto collettivo nazionale di lavoro.  La maggior parte ha un pagamento a cottimo, contratti a progetto o prestazioni occasionali.

Le condizioni di lavoro sulle piattaforme online

Anche in questo caso i commenti sulle esperienze di lavoro sono trasversali. Un intervistato risponde così: “Molto positiva. Mi sono accordato tramite app. Ho svolto il lavoro. Sono stato pagato con voucher e ci siamo lasciati un feedback reciproco. Questo è il futuro. Con alcune persone siamo rimasti in contatto e il lavoro è diventato ripetitivo”.

Su Deliveroo sembra ci sia una valutazione tutto sommato positiva. Infatti c’è chi ha scritto “Posso parlare solo positivamente di Deliveroo. Il tutto si sviluppo attorno all’applicazione principale che una volta installata sul telefonino ci permette di loggarsi-entrare in turno, sloggarsi-uscire dal turno ricevere ordini e consegnarsi al cliente. Tutti questi dati sono raccolti dal server che a fine mese calcolerà automaticamente il nostro stipendio. Anche gli orari di lavoro si concordano su un altra piattaforma online (staffomatic). Deliveroo fornisce tutti gli strumenti necessari al lavoro senza caparre o altro (zaino, casco, batteria extra per cellulare, accessori, bici, giacca a vento ecc).”.

Ma anche “in generale una buona esperienza siamo abbastanza ben supportati dalla piattaforma, anche se non consiglierei questo lavoro a tempo pieno“.

Tuttavia c’è chi evidenzia alcuni limiti. Gli alti costi di commissione della piattaforma, una concorrenza al ribasso sul prezzo a livello internazionale, le difficoltà nella ricezione del pagamento, stress e orari di lavoro impraticabili in maniera continua, oltre “all’assoluta incertezza sulle prestazioni sanitarie e sulle possibilità di sostentamento in età avanzata in cui versano attualmente i collaboratori occasionali e le partite iva”.

Le garanzie del lavoro su piattaforma online

Il 67% ha dichiarato di avere “nessuna garanzia” tipo contributi, indennità di malattia, ferie, maternità, previdenza integrativa. Mentre il 20% risponde di avere come elemento di garanzia la flessibilità oraria.

Riscontri interessanti si hanno dall’approfondimento sulle garanzie richieste. L’indennità di malattia è la garanzia più richiesta e desiderata per il lavoro su piattaforma online.

C’è anche chi vorrebbe la certezza di trovare più occasioni di lavoro sulle app al posto di garanzie oppure un piccolo aumento sull’attuale lavoro svolto e più in generale delle retribuzioni dignitose.

Una risposta che deve far riflettere politica, sindacati, gestori di piattaforma, clienti e utenti lavoratori è la seguente: “Le normali garanzie che si applicano per qualsiasi contratto di lavoro dipendente… ovviamente partendo dal minimo ovvero un’assicurazione.

Chiaramente essendo il lavoro ideale per migliaia di ragazzi la disponibilità di manodopera è così alta che non si arriverà mai a tutto questo… soprattutto in un periodo dove chi viene assunto deve ringraziare il datore di lavoro e i diritti o garanzie stanno quasi uscendo da quello che un giovane si aspetta da un lavoro (io mi ci metto per primo… forse per rassegnazione)”.

Perché si cerca lavoro sulle piattaforme online?

Il principale motivo per cui i gig workers italiani usano queste piattaforme è la mancanza di altre opportunità di lavoro, per arrotondare e per una maggiore flessibilità.

Soddisfazione dei gig workers in bianco e nero

Se da un lato il 58% degli intervistati si dichiara abbastanza soddisfatto del lavoro su queste piattaforme, c’è un 34% di loro che invece si dichiara poco soddisfatto o per niente soddisfatto delle condizioni lavorative della gig economy. Solo l’8% dice di trovarsi molto bene a lavorare online.

Chi può rappresentare i gig workers?

Le risposte a questa domanda racchiudono bene gli andamenti socio-politici attuali. Da un lato sembra proprio il sindacato (25%) e l’associazionismo non organizzato (17%) a dare speranza di vedere qualche tutela e diritto all’orizzonte; dall’altro, la sfiducia (sia la risposta “nessuno di questi”, sia “altro” hanno una percentuale del 25%) nelle istituzioni e nei corpi intermedi sembra avere un grosso effetto.

Chi ha scelto il sindacato pensa possa essere l’organizzazione più adatta grazie alla loro esperienza nel mondo del lavoro e il loro potere di rappresentanza. Nonostante questo, non mancano le critiche per mancanza di fiducia verso le organizzazioni sindacali ma più in generale sulla politica.

Ricerca gig economy in Italia: indicazioni metodologiche

I dati di questa ricerca – di tipo qualitativo – sono stati raccolti nel periodo tra il 16 e il 31 gennaio 2017 tramite questionario online (promosso anche con una campagna mirata su Facebook) e su alcune interviste fatte a Milano ai fattorini di Deliveroo e Foodora.

Nel suddetto periodo abbiamo raccolto 20 questionari compilati che sicuramente non sono un campione scientifico indicativo del fenomeno della gig economy in Italia.

Tuttavia, la nostra iniziativa vuole avere un taglio di approfondimento – qualitativo, appunto – cercando di capire in profondità quali siano i problemi e i bisogni di questa categoria di lavoratori.

L’indagine resterà online almeno per tutto il 2017 come osservatorio permanente sulla gig economy in Italia.

Chi vuole collaborare per ampliare questo lavoro di ricerca, può inviarci un’email a info@sindacato-networkers.it oppure contattarci tramite i nostri canali social Facebook e Twitter.

Foto: economist.com

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