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Il crowdfunding civico per la crescita della società digitale

Il crowdfunding civico per la crescita della società digitale

Al via la campagna di crowdfunding civico sostieni.programmailfuturo.it nata per rafforzare “Programma il Futuro”, il progetto realizzato dal CINI – il consorzio delle università italiane che insegnano e fanno ricerca in informatica – in accordo col MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) per diffondere nelle scuole le basi scientifiche della società digitale.

Dal 2014 ad oggi il progetto ha coinvolto complessivamente oltre 30.000 insegnanti, che hanno guidato più di 2 milioni di studenti a svolgere nelle scuole mediamente 14 ore di informatica a testa, contribuendo allo sviluppo della cultura digitale.

Questa iniziativa di “crowdfunding civico” (con hashtag dedicato #DONAunaLINEAdiCODICE) nasce per espandere ulteriormente un’attività indispensabile a far sì che ragazze e ragazzi siano protagonisti e creatori del proprio futuro digitale e non consumatori passivi. Programma il Futuro ha reso disponibile alle scuole italiane molti contenuti e servizi per favorire l’insegnamento dell’informatica, ma è necessario fare ancora di più. Il futuro digitale è oggi ed è importante preparare cittadini e lavoratori competenti con il coinvolgimento di tutti: persone, aziende e istituzioni.

Particolarità della campagna è il video interamente auto-prodotto, a conferma del fatto che con l’informatica l’unico limite è la propria immaginazione.

Sostengono il progetto alcune importanti realtà aziendali del Paese impegnate attivamente a vari livelli per supportare la crescita culturale e lo sviluppo della società italiana. Sono benefattori classic: Engineering, TIM. Sono donatori classic: CA Technologies, De Agostini Scuola, SeeWeb. Il nuovo programma di partenariato inoltre mira a favorire la partecipazione delle piccole e medie aziende.

Anche Hadi Partovi, fondatore e CEO di Code.org, testimonia il suo pieno appoggio all’iniziativa e considera Programma il Futuro uno dei suoi più importanti partner internazionali.

La raccolta fondi è gestita dall’Associazione di Promozione Sociale “APS Programma il Futuro” per conto del CINI ed è ospitata dalla piattaforma TIM WithYouWeDo.

Data Scientist: il Giuramento per chi fa gli algoritmi

Data Scientist: il Giuramento per chi fa gli algoritmi

La figura del Data Scientist – in estrema sintesi, chi ha le competenze necessarie per analizzare ed interpretare i Big Data – assume un ruolo centrale nella definizione dei modelli di business delle aziende.

Soprattutto se le aziende hanno la possibilità di investire per trasformare la propria attività verso quei famosi processi di digitalizzazione tanto discussi in questi anni.

A maggior ragione, se da un lato gli algoritmi “giusti” su cui si basano sempre più le attività online sono fondamentali per fare profitti, dall’altro sarà decisivo capire cosa fare anche dal punto di vista dell’etica professionale.

Sono sempre più gli ambiti di lavoro (e non solo) in cui i modelli matematici definiscono il destino di molte decisioni imprenditoriali.

Dalla selezione del personale ai finanziamenti bancari, dalla sicurezza nazionale alla salute, passando per i luoghi di lavoro, i social network e i motori di ricerca, ormai non esiste software che non riesca a gestire quantità di dati enormi in tempi davvero da record rispetto al lavoro umano.

Ok, ma a quale prezzo?

Per provare a iniziare a disciplinare il ruolo dei Data Scientist, sarebbe opportuno fissare delle regole sulla gestione non tanto del Data Scientist quanto degli algoritmi utili per fare impresa o gestire parte delle nostre vite.

Un esempio concreto esiste, in tal senso. Dopo la crisi finanziaria del 2008, Emanuel Derman e Paul Wilmott, due ingegneri finanziari statunitensi, nel 2009 hanno scritto una sorta di Giuramento di Ippocrate per i Data Scientist con i seguenti impegni:

  • Mi ricorderò che non ho fatto io il mondo, e che non soddisfa le mie equazioni.
  • Pur utilizzando i modelli in maniera spregiudicata per stimare il valore, non mi lascerò troppo impressionare dalla matematica.
  • Non sacrificherò mai la realtà all’eleganza senza spiegarne le ragioni.
  • Né darò alle persone che utilizzano il mio modello false rassicurazioni circa la sua accuratezza. Al contrario, renderò espliciti i presupposti su cui si basa e i suoi errori.
  • Prendo atto che il mio lavoro potrebbe produrre effetti dirompenti sulla società e l’economia, molti dei quali vanno oltre la mia comprensione.

È vero che l’Italia – e l’Europa più in generale – ha delle norme sull’utilizzo dei dati (online e offline) più rigide rispetto a Paesi come gli Stati Uniti d’America, dove, nonostante alcune leggi restrittive, i pericoli di discriminazione, di ingiustizie e di disuguaglianze tramite algoritmi sono sempre dietro l’angolo.

Tuttavia, si impone una riflessione almeno sulla tenuta dei dati da parte delle aziende, sulla portabilità di tali dati da una piattaforma all’altra, sulla possibilità dei singoli utenti del web di poter intervenire per modificarli, sulla collocazione geografica dei server che li gestiscono.

Ci sarà sempre più bisogno di rendere più giusto un algoritmo, aldilà della provenienza, con un costante monitoraggio e miglioramento per evitare che i proxy data – i dati vicarianti, approssimativi o inadeguati usati se un dato manca – influiscano negativamente sulla vita delle persone.

Il full stack developer (non) esiste

Il full stack developer (non) esiste

C’è una figura professionale nel mondo della programmazione informatica che spesso viene immaginata come un mito: il full stack developer.

Il full stack developer, in estrema sintesi, è uno sviluppatore che ha competenze di programmazione sia lato frontend (User Experience inclusa), sia lato backend.

Secondo alcuni, il full stack developer è un programmatore che sa sviluppare codice frontend perché deve farlo ed è “facile”.

È probabile che ci sia anche un po’ di confusione di ruoli su ciò che fa il designer frontend e dove venga inserito in un processo di sviluppo.

Soprattutto per chi è alle prime armi nel mondo della programmazione o per un ufficio risorse umane non sempre in linea con l’evoluzione del mondo informatico.

La linea di confine tra design e progettazione è spesso data dall’equazione designer=persone che producono immagini statiche di progettazione e sviluppo=persone che scrivono codice.

Lo sviluppo frontend spesso viene inserito nello sviluppo complessivo di un progetto perché in fondo è codice dal punto di vista tecnico.

Così il codice UI – cioè, di interfaccia con l’utente – diventa un altro compito da affrontare per i sempre impegnati sviluppatori e siccome HTML e CSS non sono linguaggi di programmazione vengono trattati come lavoro “semplice” senza le dovute attenzioni.

Se non è sempre così nella realtà, bisogna comprendere che le attività di frontend sono una parte centrale della creazione e del processo di sviluppo: creare UI che siano responsive, accessibili, compatibili, resilienti e dalle ottime prestazioni è un lavoro complesso.

Ora, è chiaro che se vediamo il full stack developer dal punto di vista aziendale ci si può orientare verso un ragionamento che punti sui costi e sulla dimensione delle imprese.

Sarà più facile avere qualcuno che si occupi di sviluppo frontend, design e programmazione backend nelle piccole e medie imprese e più figure dedicate alle varie parti dello sviluppo e della progettazione (mettiamoci pure un project manager, magari ex full stack developer!) nelle aziende di grosse dimensioni con tutto ciò che ne consegue in termini di retribuzione, orari e carichi di lavoro, reperibilità e via dicendo.

Ci possono essere anche delle alternative: “l’affitto” di uno sviluppatore ad hoc per determinati progetti – magari di media o lunga durata – tramite agenzia interinale o con una collaborazione a partita IVA oppure, guardando ai nuovi trend del mercato del lavoro, affidarsi al crowd working, alla “folla” di informatici che attendono davanti al proprio pc o dispositivo mobile che qualche committente pubblichi l’annuncio di lavoro sulle piattaforme della gig economy e fare una battaglia al ribasso per ottenere la commissione.

Per chi mira a raggiungere la fama mitologica del full stack developer allora può valere l’immagine seguente: costruire una buona base (la conoscenza delle scienze informatiche e delle famose soft skills) per puntare all’altezza (specializzarsi su pochi ambiti – ma buoni! – di programmazione informatica).

Cosa ne pensate? Scrivete la vostra opinione qui sotto.

Aggiornamento

Un utente di un gruppo Facebook di programmatori ha voluto fare alcune precisazioni dopo aver letto il nostro articolo. Ecco il link a Miti e leggende: Full Stack Developer

Commissione Europea e sindacati insieme per regolare la gig economy

Commissione Europea e sindacati insieme per regolare la gig economy

La Commissione Europea prosegue la discussione con i sindacati e le associazioni datoriali a livello europeo su come modernizzare le regole dei contratti di lavoro, così da renderli più giusti e conosciuti a tutti i tipi di lavoratori.

L’iniziativa – che fa andare avanti il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali – mira a creare una convergenza tra gli Stati Membri verso delle condizioni migliori di vita e di lavoro.

L’idea della Commissione è di allargare il parametro di attuazione dell’attuale Direttiva europea sui contratti (la cosiddetta Written Statement Directive) a tutte le forme di impiego, come i lavoratori a chiamata, voucher e i lavoratori della gig economy o su piattaforme online.

I sindacati potranno contribuire con un proprio documento entro il 3 novembre 2017. La Commissione europea vuole presentare una proposta di legge entro la fine dell’anno.

Valdis Dombrovskis, Vice Presidente europeo e responsabile del Dialogo Sociale ha recentemente dichiarato che “il ruolo delle parti sociali è centrale per andare avanti col Pilastro Europeo dei Diritti Sociali. In particolar modo quando si tratta di prendere di petto le sfide con le nuove forme di impiego e fornire adeguate condizioni di lavoro per i lavori atipici”.

Marianne Thyssen, Commissario al lavoro ha aggiunto che “i lavoratori hanno il diritto di essere informati sui loro diritti e doveri quando iniziano un lavoro. Voglio che tutti i lavoratori in Europa siano coperti da tutele di base, aldilà del proprio stato di impiego, siano lavoratori di piattaforme online o fattorini”.

Il prossimo 17 novembre 2017 a Göteborg, in Svezia, si terrà il Summit sui diritti sociali per la crescita e un lavoro giusto.

Le 10 leggi del Social Media Manager

Le 10 leggi del Social Media Manager

Se un giovane volesse diventare un Digital Media Specialist (detto comunemente Social Media Manager ma a noi piace definirlo almeno una volta secondo l’e-CF) da dove dovrebbe iniziare?

Di certo puntare sul contenuto e il social media marketing può aiutare a migliorare i risultati del proprio lavoro in azienda o per i clienti.

Tuttavia per coloro i quali si sentono social media manager “dentro”, ma senza grossa esperienza o competenza, tutto ciò può essere impegnativo.

Può servire creare una base utile per lavorare con i clienti, la propria azienda o per la propria crescita professionale.

Secondo Susan Gunelius, CEO di KeySplash Creative, le 10 leggi del social media manager possono essere le seguenti.

La legge dell’ascolto

Il successo sui social media e il content marketing richiede più ascolto e meno chiacchiere. Leggere i contenuti online del proprio pubblico target e partecipare alle discussioni per imparare cosa sia importante per loro. Solo allora si può creare contenuto e conversazioni brillanti che aggiungono valore invece di creare confusione.

La legge del focus

Meglio specializzarsi che essere un tuttofare. Una strategia social media e di content marketing altamente focalizzata a costruire un marchio forte ha più chance di successo che una strategia ampia che provi a parlare a tutti di tutto.

La legge della qualità

La qualità batte la quantità. Meglio avere 1.000 connessioni online che leggono, condividono e parlano del tuo contenuto con il proprio pubblico che 10.000 connessioni che scompaiono dopo essersi connessi con te la prima volta.

La legge della pazienza

Il successo sui social media o con il content marketing non arrivano da una notta all’altra. Se da un lato è possibile avere un successo fugace, è altrettanto vero che bisogna impegnarsi a lungo per ottenere risultati.

La legge della combinazione

Se pubblichi contenuti interessanti e di qualità e lavori per costruire un pubblico online di qualità, li condivideranno con i loro contatti su Twitter, Facebook, LinkedIn, sui loro blog e via dicendo.

Questa condivisione e creazione di discussioni sul tuo contenuto apre la strada per nuovi ingressi dai motori di ricerca come Google per trovarti tramite alcune specifiche parole chiave.

La legge dell’influenza

Investire del tempo nel trovare gli influencers online del tuo segmento di pubblico con un audience di qualità e che possono essere interessati ai tuoi prodotti, servizi e attività.

Connettiti con loro e lavora per costruire relazioni durature.

Se vieni riconosciuto come voce autorevole e fonte di informazioni interessanti, possono condividere i tuoi contenuti con i loro follower e portarti una nuova ondata di contatti.

La legge del valore

Se spendi tutto il tuo tempo sui social solo per promuovere i tuoi prodotti e servizi, le persone smetteranno di ascoltarti. Devi aggiungere valore alla conversazione. Concentrati meno sulla conversione e di più sulla creazione di contenuto interessante e sviluppa relazioni con gli influencers online. Tutto ciò può portare queste persone a creare un’opportunità per fare attività di marketing del passaparola.

La legge del riconoscimento

Se non ignoreresti qualcuno che ti si presenta davanti in carne e ossa, non farlo online. Costruire relazioni è una delle parti più importanti del social media marketing di successo. Dai il giusto riconoscimento a ogni persona che ti contatta.

La legge dell’accessibilità

Non pubblicare il tuo contenuto per poi scomparire. Resta disponibile per il tuo pubblico. Ciò significa che bisogna pubblicare regolarmente contenuti e partecipare alle conversazioni. I followers online possono essere incostanti e non ci pensano due volte a lasciarti perdere se scompari per settimane o addirittura mesi.

La legge della reciprocità

Non puoi aspettarti dagli altri che condividano il tuo contenuto o parlino di te se non fai lo stesso per loro. Dedica una parte della tua attività di social media manager a condividere e parlare dei contenuti pubblicati dagli altri.

Liberamente tradotto da qui.

Internet Festival, quale forma al futuro del lavoro digitale?

Internet Festival, quale forma al futuro del lavoro digitale?

Internet Festival ritorna dal 5 all’8 ottobre 2017 a Pisa con la nuova edizione. L’appuntamento annuale con i temi dell’innovazione digitale e della Rete ha come cornice di significato dell’iniziativa le “forme di futuro”. La parola chiave è il #sentiment.

Un sentiment però che per qualcuno è negativo prima della partenza. Soprattutto per chi ha notato l’ennesima forma di lavoro precario, non riconosciuto e sottopagato verso i lavoratori del web.

Il nodo della polemica è la (quasi) mancata retribuzione dei volontari dell’Internet Festival.

Come si legge nella pagina dell’annuncio, i volontari selezionati avranno un rimborso per prestazione occasionale di 250 euro lorde, circa 4 euro l’ora lorde per i 4/5 giorni di lavoro (se includiamo il giorno precedente alla manifestazione con un orario che va dalle ore 9-10 alle ore 24).

I profili professionali richiesti sono:

  • Ufficio stampa
  • Back office eventi
  • Info point
  • Accoglienza visitatori nelle location e assistenza transfer
  • Social Media Editor & Blogger
  • Multimedia Editor (Photographer o Videomaker)

Dal punto di vista retributivo fanno sicuramente compagnia ai fattorini della gig economy. O forse, anche peggio.

Il ragionamento tuttavia va fatto in maniera più ampia.

Uno dei principi su cui – malamente – si fa leva quando parliamo di professioni digitali, soprattutto per chi si affaccia per la prima volta verso questo mondo è “posta, twitta, pubblica foto che noi ti ripaghiamo con la visibilità sui social grazie al nostro potente brand e ai nostri numerosi follower/fan”.

Un po’ come la mela della strega cattiva di Biancaneve, dall’aspetto accattivante ma con un retro gusto – diciamo – amaro.

Sicuramente non cambiano la vita in termini retributivi e previdenziali quattro giorni di iniziative.

Ma se consideriamo che molte persone nel corso dell’anno per fare curriculum (si farà davvero?) partecipano a più iniziative simili all’Internet Festival, vediamo come si crei un continuum di retribuzioni (quando sono presenti) di basso livello che da un lato sollevano dai costi le macchine organizzative degli eventi, dall’altro offrono solo occasioni effimere di guadagno per quei giovani e meno giovani che per un tweet o un post di popolarità (una volta erano 15 minuti!) sacrificano giorni di impegno e competenze. E intanto il tempo passa…

Come si può notare dalle figure professionali richieste nell’annuncio, le professioni digitali sono proprio tra quelle che oggi soffrono, da un lato, di più la mancanza di occupazione e di un riconoscimento professionale (vedi i dati sugli occupati in ambito giornalistico),  e dall’altro sembrano essere i lavori di oggi/domani (ne abbiamo scritto più volte sulla mancanza di competenze digitali e relativa occupazione in Italia e in Europa).

Per certi aspetti è bello vedere come la fondazione Sistema Toscana insieme ad aziende, istituzioni, università e media a supporto dell’evento diano vita a iniziative culturali anche interessanti.

Internet Festival dimostra come il digitale sia un tema sempre più centrale nella vita delle persone e va giustamente colto sotto varie sfaccettature.

Per altri aspetti sarebbe bello che proprio la cultura offra opportunità lavorative più dignitose per tutti i soggetti coinvolti in questi eventi, in nome di quella capacità di analisi, di approfondimento e di critica che dovrebbe portare a fare un ragionamento sul lavoro – anche quello digitale – a 360 gradi.

Quindi anche in termini di tutele e riconoscimento dei diritti per chi offre la propria “volontarietà” (come si legge nell’annuncio, bisogna anche garantire almeno il 75% della presenza offline e online).

Basta ricordare il recente caso Carpisa per vedere come le professioni della conoscenza, più in generale, siano sinonimo di sfruttamento e di accrescimento di quell’idea – pericolosa – che fino a quando si viene pagati, anche poco e male, vada tutto per il verso giusto.

Ai diritti e alle tutele c’è sempre tempo per pensarci o aspettare che altri lo facciano.

Ma in realtà non è così. O almeno, non dovrebbe andare così.

Intelligenza artificiale, 4 aziende su 5 hanno creato lavoro

Intelligenza artificiale, 4 aziende su 5 hanno creato lavoro

Capgemini, leader mondiale nel settore della consulenza, della tecnologia e dei servizi di outsourcing, ha annunciato oggi i risultati dello studio “Turning AI into concrete value: the successful implementers’ toolkit”. La ricerca è stata condotta su circa 1.000 aziende con ricavi superiori ai 500 mila dollari che stanno implementando Intelligenza Artificiale (IA) come progetto pilota o su ampia scala.

Lo studio neutralizza i timori legati alla possibilità che l’Intelligenza Artificiale possa causare, nel breve termine, ingenti perdite di posti di lavoro – difatti, l’83% delle imprese intervistate conferma la creazione di nuove posizioni all’interno dell’azienda – e mette in luce le opportunità di crescita poste in essere dall’IA: i tre quarti delle società intervistate hanno registrato un aumento delle vendite del 10%, direttamente legato all’implementazione dell’Intelligenza Artificiale.

Creazione di nuovi posti di lavoro

La ricerca, condotta su manager provenienti da nove paesi e attivi in sette diversi settori, ha evidenziato che grazie all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, 4 imprese su 5 (83%) hanno creato nuovi posti di lavoro. Nello specifico, si tratta di posti di lavoro a livello senior, con i due terzi delle nuove assunzioni a livello manageriale o di livello superiore. Oltre i tre quinti delle imprese che hanno implementato l’IA su larga scala (63%) inoltre, affermano che non vi è stata alcuna perdita di posti di lavoro.

Insieme al trend legato alla creazione di nuovi posti di lavoro a livello manageriale, il report rivela che per molte imprese l’IA rappresenta un mezzo per diminuire lo svolgimento di attività ripetitive e di mansioni amministrative, in modo da poter generare più valore. La maggior parte degli intervistati (71%) ha avviato in maniera proattiva un efficientamento delle competenze/riqualificazione dei dipendenti così da poter trarre vantaggio dagli investimenti fatti in termini di IA. La stragrande maggioranza delle aziende che hanno implementato l’Intelligenza Artificiale su larga scala, invece, ritiene che l’IA semplificherà i lavori più complessi (89%) e che le macchine intelligenti coesisteranno con la forza lavoro all’interno dell’azienda (88%).

«L’intenzione, in sostanza, è utilizzare il capitale umano al massimo delle sue potenzialità», ha affermato Michael Natusch, Global Head per l’IA di Prudential. «Con l’Intelligenza Artificiale si riduce il tempo che in precedenza veniva impiegato per svolgere mansioni ripetitive, così da poter permettere ai dipendenti di concentrarsi su attività che generano maggiore valore, sia per le imprese che per i clienti».

Chi utilizza Intelligenza Artificiale si concentra sulla customer experience

Dallo studio è inoltre emerso che le società con particolare esperienza in ambito tecnologico stanno utilizzando l’IA per incrementare le vendite, potenziare l’operatività, facilitare l’engagement dei clienti e generare idee di business. Sembra che questa strategia stia già funzionando, dato che tre quarti delle imprese hanno già registrato un incremento delle vendite del 10%. Il focus delle imprese che utilizzano l’IA si conferma la customer experience: il 73% ritiene che l’Intelligenza Artificiale possa incrementare il grado di soddisfazione del cliente, mentre il 65% afferma che queste tecnologie possano ridurre il tasso futuro di abbandono da parte della clientela.

Mancate opportunità

Dalla ricerca si evince che molte aziende non hanno ancora allineato gli investimenti in Intelligenza Artificiale con le opportunità di business. Nelle mani degli esperti di tecnologia, le aziende tendono a dare priorità a progetti sfidanti in ambito IA, perdendo così di vista gli obiettivi più raggiungibili. Oltre la metà (58%) si concentra sulle applicazioni “need to do”, o su quei progetti ad elevata complessità/che portano maggiori vantaggi – come ad esempio gli ambiti legati al customer service. Al contrario, solo il 46% delle società sta implementando l’Intelligenza Artificiale di tipo “must do”, caratterizzata da un grado di complessità minore/elevati benefici. Se le aziende riuscissero a fronteggiare contemporaneamente questi ambiti, potrebbero registrare benefici di business più alti. Ad esempio, coloro che implementano un gran numero di casi di utilizzo “must do” sono in grado di ridurre l’abbandono della clientela in media fino al 26%.

I settori tradizionali fanno da traino

I settori tradizionali e quelli altamente regolamentati sono i più attivi in ambito Intelligenza Artificiale: il 49% delle telco, il 41% dei rivenditori al dettaglio e il 36% degli istituti bancari registrano il maggior grado di implementazione in termini di Intelligenza Artificiale su larga scala, mentre il settore automotive (26%) e quello manifatturiero registrano attualmente il livello più basso di implementazione.

Oltre ai settori, c’è un evidente contrasto tra paesi. Tra le imprese che hanno implementato l’IA, oltre la metà delle società indiane (58%) sta già utilizzano l’Intelligenza Artificiale su larga scala, con l’Australia che segue a ruota (49%). I Paesi europei, compresi Spagna (31%), Olanda (24%) e Francia (21%), ricoprono le posizioni più basse nella classifica di impiego, mentre l’Italia si posiziona al terzo posto (44%) subito dopo l’Australia e seguita dalla Germania (42%), in controtendenza rispetto ai mercati limitrofi che si rivelano ancora impreparati ad utilizzare questo tipo di tecnologia.

«L’IA ha la capacità di rivoluzionare le aziende di qualsiasi settore di mercato; il suo potenziale è ampio e illimitato», ha affermato Andrea Falleni, Amministratore Delegato di Capgemini Italia e Eastern Europe. «Tuttavia stiamo assistendo a una forte divergenza tra le imprese che implementano soluzioni di IA su scala, quelle che stanno già raccogliendo i suoi frutti e quelle che la stanno semplicemente testando».

«È inoltre piuttosto significativo il fatto che le imprese stiano concentrando i loro sforzi sui progetti di IA più complessi, perdendo di vista quelli più semplici, che potrebbero portare a benefici più rapidi. Le società, specialmente quelle che non hanno ancora implementato l’IA su scala, dovrebbero concentrarsi su quei progetti meno complessi e ad alto beneficio per sfruttare abilmente e più velocemente il potere dell’IA».

Come avviare l’implementazione della Intelligenza Artificiale

Le aziende che cercano di sfruttare le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale dovranno fronteggiare una serie di sfide e dovranno avere una chiara visione degli ambiti in cui l’IA può generare benefici più duratori, sia per il business che per i clienti. Il report si conclude delineando una serie di passaggi essenziali per dare il via all’implementazione dell’Intelligenza Artificiale, tra i quali:

  • Gestire le principali sfide poste dalla tecnologia e dalle persone
  • Individuare le aree in cui l’IA può creare vantaggi maggiori e a lungo termine
  • Combinare visione top-down e esecuzione bottom-up
  • Preparare l’azienda

Clicca qui per scaricare una copia del report.

Metodologia dello studio

La ricerca del Digital Transformation Institute di Capgemini offre un quadro generale sulle opportunità e sui benefici che l’intelligenza artificiale può apportare alle imprese. Il report include il parere di 993 intervistati provenienti da nove Paesi: Australia, Francia, Germania, India, Italia, Olanda, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti. Tra i partecipanti allo studio troviamo manager dell’area Intelligenza Artificiale (senior manager o con qualifica superiore) di multinazionali, startup e vendor di sette diversi settori industriali: automotive, bancario, assicurativo, manifatturiero, telecomunicazioni, retail e utility. Le società intervistate hanno tutte ricavi pari o superiori ai 500 milioni di dollari. La ricerca è stata condotta tra marzo e giugno 2017.

Linguaggi di programmazione: la top ten 2017 secondo l’IEEE

Linguaggi di programmazione: la top ten 2017 secondo l’IEEE

Una domanda comune tra chi vuole lavorare nel mondo informatico è sicuramente «Quali linguaggi di programmazione bisogna studiare per diventare sviluppatore?».

Una risposta è fornita dall’IEEE, acronimo di Institute of Electrical and Electronic Engineers (in italiano, Istituto degli ingegneri elettrici ed elettronici), associazione internazionale di scienziati professionisti con l’obiettivo della promozione delle scienze tecnologiche.

La quarta classifica interattiva fornita da IEEE Spectrum è il frutto delle indicazioni date dai lettori del magazine dell’associazione.

Il punteggio su 48 linguaggi di programmazione è dato dal mix di 12 metriche rilevate da 10 risorse online relative ai linguaggi emergenti, quello che i datori di lavoro stanno cercando, e i trend più importanti nel mondo open source.

I linguaggi di programmazione migliori secondo il lettore di Spectrum

Python è il linguaggio di programmazione migliore secondo l’analisi dei dati fatti dal data journalist Nick Diakopoulos e Stephen Cass.

Linguaggi di programmazione: la top ten secondo IEEE
Linguaggi di programmazione: la top ten secondo IEEE

Insieme a C, Java e C++, resta tra i più popolari anche se C è avanti Python con un buon margine per quanto riguarda le richieste delle società di recruiting.

C# è rientrato nelle prime cinque posizioni, prendendo il posto di R dello scorso anno. Invece Ruby è crollato al 12 posto, dando spazio al linguaggio Swift di Apple (entrato in graduatoria solo due anni fa) e a Go di Google.

Un dato interessante è che per due anni consecutivi non si registra l’ingresso di nuovi linguaggi di programmazione.

Sembra ci sia un momento di consolidamento nella programmazione e che i programmatori stiano apprendendo l’uso degli strumenti nati con l’esplosione del cloud, mobile e dei big data.

Per quanto riguarda i linguaggi di programmazione “classici”, Fortran è presente ancora in mezzo alla classifica posizionandosi al 28° posto.

Lisp si piazza al 35° posto e Cobol si aggrappa al 40°: segno chiaro che nonostante siano linguaggi con decenni alle spalle, suscitino ancora un certo interesse.

Per quanto riguarda i progetti open source, dove secondo gli analisti ci si aspetta una polarizzazione tra i nuovi progetti e i sistemi informatici vecchi di decenni, si può notare l’ingresso nella top ten dell’HTML.

Qui, Spectrum fa la dovuta precisazione sull’eterna protesta che si può riassumere nella frase “HTML non è un linguaggio di programmazione, è solo un markup”.

Il magazine di IEEE l’ha inserito nella classifica poiché l’HTML viene usato dagli sviluppatori per inviare istruzioni al computer per fare determinate azioni.

Se siete interessati alle risorse gratuite per imparare i linguaggi di programmazione, ecco un altro link utile con tutto ciò che vi serve per iniziare (o approfondire) la conoscenza del mondo dello sviluppo informatico.

Programmazione informatica: +500 libri gratis

Programmazione informatica: +500 libri gratis

Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi ultimi anni sulla programmazione informatica è che non esiste un linguaggio di programmazione – come si suol dire - per tutte le stagioni. I motivi sono diversi e non è questo il momento di elencarli. Tuttavia, seguendo le discussioni di programmatori...

Angelo Cerrone - Digital Media Specialist

Angelo Cerrone – Digital Media Specialist

Angelo Cerrone, 31 anni, vive a Campagna, piccolo Comune della Provincia di Salerno.

Laureato con il massimo dei voti e relativa lode in Comunicazione di impresa, da circa quattro anni si occupa di marketing per imprese e liberi professionisti.

All’inizio della sua attività professionale si era esclusivamente focalizzato sulle classiche attività pubblicitarie e di gestione dei clienti in quanto, nell’agenzia dove ha mosso i primi passi, l’advertising digitale era visto come un vero e proprio nemico da combattere.

Dopo un solo anno però, la sua passione per la tecnologia è esplosa definitivamente dedicandosi anche alle attività di digital marketing che lo portano a continuare il suo percorso di lavoro come freelance anche se per pochi mesi.

Nel febbraio del 2016 è stato contattato da un’impresa di artigiani per digitalizzare la loro attività.

Tuttora lavora per loro e ricopre il ruolo di digital e social media strategist e gestisce anche il relativo blog aziendale.

A proposito di blog, la scrittura digitale è diventata una vera e propria passione a tal punto da scrivere: sul suo blog personale, su un blog di analisi pubblicitaria (un mio progetto) e su altre piattaforme come ospite d’onore.

Oltre alla scrittura, adora il calcio, i libri e la musica. Inoltre è un appassionato della cucina italiana: ama molto assaggiare nuovi piatti e bere, in compagnia di amici, del buon vino o dell’ottima birra.

L’ultimo social post?

È una delle domande più difficili che mi abbiano mai fatto in quanto non sono mai in grado di individuare l’ultimo post pubblicato sui social network.

Infatti aggiorno i miei profili personali in modo costante e anche le pagine aziendali che gestisco vengono aggiornate quotidianamente. Dunque per me è sempre complicato affermare:“questo è l’ultimo social post di oggi”.

Forse è più corretto parlare dell’ultimo articolo pubblicato sul mio blog personale. Lì ho un calendario settimanale e la gestione degli post è molto più semplice.

Ad esempio nella mia ultima pubblicazione, ho parlato delle Newsletter e di come crearne una senza l’uso delle email.

L’ultimo video che hai visto su Youtube?

Sono sincero, sono uno dei pochi digital strategist che non opera su Youtube.

La piattaforma non mi piace e non la considerò essenziale per fare marketing di impresa in quanto, al momento, non ci sono gli strumenti adatti per misurare il business aziendale.

Nonostante questo mio rapporto burrascoso con Youtube, ogni tanto mi concedo una pausa sul social controllato da Google e guardo soprattutto video musicali.

Tra i gruppi musicali che seguo volentieri su Youtube ci sono i Greenday ovvero una band che mi trasmette emozioni ed adrenalina nei momenti più difficili della giornata.

Mac, Windows o Linux?

Linux, Linux e soltanto Linux. Ho abbandonato il sistema Windows per disperazione. Bug, blocchi e aggiornamenti quotidiani erano diventati un peso per la mia attività digitale e per tali ragioni ho deciso di non utilizzare più il sistema operativo di Microsoft.

Con Linux è stato amore a prima vista. Lo uso da tantissimo tempo e non ho avuto mai un solo problema che abbia compromesso la mia attività professionale.

Invece non ho mai usato un Mac, ma mi sono ripromesso che prima o poi ne comprerò uno per testare tutte le sue potenzialità.

L’ultimo acquisto online?

3 libri sulla comunicazione di impresa. Due libri sono stati scritti da Kotler e Godin ovvero due guru del marketing aziendale. L’altro invece è di un’autrice italiana che è riuscita a persuadermi con un titolo molto accattivante.

Un libro che ha segnato la tua vita?

Adoro la letteratura sudamericana e in particolare Marquez quindi senza ombra di dubbio Cento anni di solitudine.

Questo libro può tranquillamente rappresenta la società di oggi. Infatti nonostante la tecnologia abbia fatto progressi da gigante, le persone continuano a vivere nella loro solitudine interiore e ciò spesso porta a gesti estremi.

Sembrerà strano, questo libro è stato scritto nel 1967 ma dopo cinquant’anni non è cambiato assolutamente nulla.

Qual è stato il progetto lavorativo che più ti ha segnato?

Il blog. Ho creato il mio primo blog per gioco in quanto avevo voglia di confrontarmi con gli esperti del settore e dopo un solo anno ho ottenuto risultati straordinari nonostante avessi scelto una piattaforma non troppo professionale (WordPress.com).

La crescita è continuata con il tempo e ciò mi ha spinto, a Gennaio di quest’anno (2017), a lanciare il mio blog ufficiale. Ora ho due obiettivi: continuare a divulgare il sapere sulla comunicazione digitale e consolidare il mio ruolo all’interno del panorama del web.

Quando hai deciso di diventare Digital Media Specialist?

Dopo aver capito che il marketing tradizionale non può rappresentare il futuro delle imprese.

Infatti mi rendevo conto che le aziende investivano soldi e risorse in strategie che non potevano essere monitorate ed analizzate. Da lì ho capito quanto sia importante l’attività digitale per lo sviluppo del business aziendale.

Nella tua carriera, ha contato più lo studio (da autodidatta o scolastico-professionale) o l’esperienza pratica?

Entrambe sono fondamentali. Gli studi consentono di conoscere le base della comunicazione e del marketing di impresa mentre la pratica è essenziale per mettere in atto ciò che abbiamo imparato.

L’unico vero problema è la preparazione universitaria e i relativi Master.

Spesso tra i banchi universitari ci si concentra esclusivamente sulla teoria e ciò limita la crescita degli studenti. Per questo è necessario integrare gli studi con un’esperienza pratica e continua in modo tale da perfezionare la propria attività digitale.

Il primo colloquio non si scorda mai: hai qualche curiosità da raccontare?

Più che curiosità, parlerei di stupore visto che i miei interlocutori non credevano che fossi cosi determinato e soprattutto diretto.

Questo mio modo di essere forse può rappresentare un problema per alcune realtà imprenditoriali, ma credo che la sincerità sia il miglior biglietto da visita per un professionista.

Hai avuto durante la tua carriera professionale un incontro particolare?

Si. Alcuni mesi fa, ho incontrato una delegazioni di esperti di marketing internazionale per un progetto di valorizzazione dei prodotti enogastronomici locali nel mondo.

Erano persone straordinarie che raccontavano le diverse sfaccettature dei mercati europei e in particolare dell’area scandinava. Con quell’incontro, ho capito l’importanza del marketing in mercati emergenti dove la storia e la cultura locale continuano ad influenzare gli acquisti dei consumatori.

E un’intuizione vincente?

L’intuizione più bella che ho avuto è stata quella di creare un progetto digitale basato solo su due punti: blog aziendale e newsletter su Whatsapp.

Il cliente era stato sincero sin dal primo momento: non aveva budget sufficiente per operare anche sui social network. Quindi per evitare di creare dei profili che sarebbero stati abbandonati in poco tempo, ho pensato di curare la Seo del blog in modo tale da intercettare potenziali clienti e di diffondere gli articoli del blog mediante Whatsapp.

I risultati sembrano avermi dato ragione visto che il blog ha macinato risultati sorprendenti.

Cosa consigli ai giovani che vogliono diventare Digital Media Specialist come te?

Di non aver paura degli errori ma di continuare a sperimentare.

Il marketing digitale ha bisogno di nuove idee e soluzioni per superare questa fase di appiattamento temporaneo.

I giovani devono saper osare senza però pregiudicare la reputazione dell’azienda per cui lavorano. Per cui ogni professionista deve stimolare l’immaginazione e la creatività e abbandonare i classici schemi della comunicazione digitale.

Internet ha cambiato il mondo del lavoro in Italia. Come?

Purtroppo i cambiamenti sono ancora poco evidenti. Si inizia a parlare di smart working e di spazi condivisi tra aziende ma, come sempre, l’Italia è in ritardo rispetto ai Paesi più sviluppati.

Sicuramente nei prossimi anni assisteremo ad una rivoluzione del mercato del lavoro.

La maggior parte delle mansioni sarà svolta da casa e i contratti non saranno più né a tempo determinato né indeterminato. Tutto sarà regolarizzato in base agli obiettivi raggiunti.

Inoltre molte aziende potranno creare delle piattaforme digitali private per mettere in contatto i singoli dipendenti e gli ordini saranno trasmessi via smartphone.

Il futuro del lavoro passa proprio dagli smartphone visto che il Pc è già preistoria.

Serve un sindacato dei Networkers? Se sì, come te lo immagini?

Si, è necessario per regolamentare l’uso della rete. Lo immagino come un comitato costituito da alcuni esponenti eletti democraticamente dagli utenti digitali.

Le elezioni devono essere organizzate ogni due anni in modo tale da consentire a tutti di poter contribuire allo sviluppo di internet.

Ogni assemblea deve essere digitalizzata e dovrà essere accessibile a tutti. Alcuni punti possono essere votati anche dagli elettori attivi, mentre altri solo dagli esponenti.

Lo statuto e gli altri documenti devono essere pubblicati online e possono essere consultati da tutti.

Descrivi la tua professione in modo chiaro e diretto in modo che anche mia nonna possa capirla.

Lavoro con i computer. A parte gli scherzi, è difficilissimo descrivere una professione digitale.  Forse la descrizione più appropriata è: “aiuto le imprese ad essere presenti su internet e a valorizzare i loro prodotti e servizi.”

L’organizzazione ‘classica’ del lavoro (orari rigidi e cartellino da timbrare) ha senso per un networker?

Questa forma di lavoro è morta. I dipendenti devono essere felici, devono essere in grado di vivere serenamente il proprio lavoro e la loro vita privata. Le aziende devono creare dei modelli di business basati su orari flessibili e sulla possibilità di alternare le risorse, all’interno dell’organizzazione, in base alle loro esigenze personali. Solo in questo modo ci sarà una nuova vera ripresa economica.

Quanti sono i tuoi amici sui social network, quanti di questi conosci davvero e quanti frequenti anche “off-line”?

Sui social network ho conosciuto tantissime persone che mi hanno dimostrato affetto in questo periodo, ma purtroppo la maggior parte di loro vivono in aree territoriali lontane dalla mia. Spero, con il tempo, di incontrarle dal vivo in modo tale da consolidare questi rapporti.

Prima di incontrare qualcuno che non conosci fai una ricerca su Google? 

Sinceramente no.

Se no, perché?

Perché spesso mi fido delle persone e non effettuo nessuna ricerca. In altri casi guardo il loro profilo Facebook per capire chi sono, cosa fanno e quali sono le loro passioni.