Sharing economy e crowd sourcing; luci e ombre sul crowd working

Crowd working: luci e ombre su sharing economy e crowd sourcing

Post by: 04/04/2016 2 comments 2587 views

(Crowd Work: The Fury and the Fear, scritto da Kristy Milland, fa parte del libro “Digital employment and working conditions in Europe” – “Lavoro digitale e condizioni di lavoro in Europa” che sarà pubblicato a metà marzo da FEPS (Fondazione Europea Studi Progressisti) and UNI Europa)

Traduzione a cura di Mario Grasso, Sindacato Networkers UILTuCS

Appena svegliata, guardo il mio telefono. Nessun messaggio. Accendo il laptop e controllo se c’è qualche lavoro da fare.

Lavo i denti, suona un alert. Corro indietro, con lo spazzolino che pende dalla mia bocca, e scrivo alcuni titoli per video porno. Appena finisco i 10mila pezzi di lavoro, torno in bagno.

Dopo prendo il mio portatile e mi dirigo verso la cucina per fare colazione. Prima di rompere un uovo, l’alert suona nuovamente. Questa volta è un sondaggio che mi prende oltre un’ora. Quando arrivo all’ultima pagina, mi comunicano che non sono qualificata e non mi pagano per ciò che ho fatto fino a quel punto.

Infuriata, mi collego sul sito web Turkopticon, dove i lavoratori possono valutare le persone che postano lavori su Mechanical Turk di Amazon, per avvisare gli altri. Già ci sono oltre una dozzina di commenti di persone che sono incappate nello stesso problema.

Dopo aver fatto colazione, mi siedo, e guardo se arrivano altri lavori. Oggi ho bisogno di 100 dollari per pagare l’affitto, fare un po’ di spesa e pagare la gita scolastica di mia figlia. Non sono sicura di farcela.

Prima di andare a letto, dopo essere rimasta al computer per oltre 12 ore, ho solo 20 dollari. Domani dovrò fare gli straordinari o forse saltare la colazione o non riuscirò a pagare l’affitto.

Questa storia non è solo la mia, ma è la storia di migliaia di persone che punta sul crowd work per far quadrare i conti. Solo su Mechanical Turk di Amazon ci sono 40mila lavoratori da tutto il mondo, che navigano a qualsiasi ora. Di quel numero, circa il 40% dichiara di lavorare sul sito a tempo pieno. Loro sono i più vulnerabili rispetto ai problemi della piattaforma.

Dai furti di stipendio a essere sottopagati per compiti dal contenuto psicologicamente dannoso, il crowd work non è un lavoro che rende le persone felici e in salute. Se non troviamo un modo per regolarlo o fare pressione alle aziende che operano su queste piattaforme per creare un ambiente lavorativo migliore, il timore è di scontrarci con un futuro del lavoro da sfruttati.

Per iniziare, cos’è il crowd work? È la possibilità di contattare un vasto numero di lavoratori per far sì che un lavoro venga svolto. Su Mechanical Turk di Amazon, o mTurk, ogni progetto è diviso in micro compiti: taggare una singola foto da un migliaio fatte in vacanza, controllare gli errori di battitura di una singola frase di un romanzo. I compiti sono svolti da lavoratori chiamati Turkers. Ogni pezzo di lavoro si chiama HIT, acronimo di Human Intelligence Task. Amazon chiama questi lavoratori “artificial artificial intelligence”.

Se lo scopo di Amazon nell’usare questo termine sta nel voler dire che chiunque può incorporare mTurk direttamente nel proprio software, è un insulto etichettare in questo modo essere umani reali con reale intelligenza. Intanto Amazon continua a vendere forza lavoro come se fossero algoritmi che fanno funzionare internet.

Ogni micro compito comporta un micro pagamento. Ogni pezzo di lavoro è svolto per pochi centesimi, con molti HIT pagati meno di 10 centesimi l’uno.

I compiti in sé sono raggruppati in grandi lotti, così che i lavoratori possono dedicare ore su un singolo progetto, facendo sempre la stessa cosa fino a quando il lavoro è completato.

Se da un lato questo vuol dire che il progetto è finito rapidamente, mentre il Requester (il Richiedente, la persona che posta il lavoro sulla piattaforma) viene soddisfatto, dall’altro lato i lavoratori affrontano la monotonia senza pausa.

La vicenda si complica quando il lavoratore incappa in un furto di stipendio, che non è solo ammesso da Amazon ma è incorporato nella piattaforma.

Quando un Requester rifiuta il lavoro svolto, può tenere ugualmente ciò che è stato fatto, poiché ha la facoltà di giudicare se accettare o no il lavoro e non pagarlo. Alcuni Requester usano il rifiuto come un modo per risparmiare denaro, rifiutando a caso una certa percentuale di HIT, spesso è la stessa percentuale di ciò che pagano per la commissione.

Mentre i lavoratori più anziani possono denunciare questo comportamento su Turkopticon, i nuovi lavoratori raramente conoscono questo sito perché Amazon non fornisce informazioni utili in fase di registrazione ai lavoratori e così rischiano di lavorare per Requester che rifiutano il loro lavoro.

Quando un lavoratore riceve un rifiuto, ne risente il suo indice di lavori approvati, cioè la misura sul totale degli HIT proposti che sono stati accettati o rifiutati. I Requester possono usare i requisiti minimi sui loro HIT per determinare automaticamente chi può fare o no il lavoro. Questa opzione limita le opportunità di lavoro per chi ha un alto tasso di approvazione.

Quando sei nuovo della piattaforma e finisci per lavorare con un Requester cattivo che rifiuta ingiustamente il tuo operato, puoi vedere sprofondare il tuo tasso di approvazione. L’unico rimedio è fare molti lavori sottopagati per quei Requester che non rifiutano, oppure abbandonare la piattaforma. Quasi il 70% dei lavoratori lascia entro 6 mesi secondo gli studi di Ross, Irani, Silberman, Zaldivar e Tomlinson (2010).

Per quelli che resistono, un destino ancora peggiore è di farsi bloccare da un Requester, spesso senza alcuna colpa. Alcuni Requester bloccano i lavoratori solo perché vogliono nuove persone per i compiti richiesti, mentre altri bloccano casualmente.

Questi blocchi si accumulano sul tuo account nel tempo e se Amazon decide di rivedere il tuo account dopo un nuovo blocco, può sospenderti dalla piattaforma al successivo blocco.

Quando questo accade, il lavoratore viene “licenziato” e non c’è modo di contestare la sospensione, poiché Amazon rifiuta di mediare le dispute tra i lavoratori e i Requester o tra lavoratori e la piattaforma.

Ancora peggio, perdi i ricavi dei compiti svolti se non ritiri quanto guadagnato dalla sezione pagamenti di Amazon.

È un ritorno alla catena di montaggio con demansionamento, alla sorveglianza e orari di lavoro senza regole, poiché i lavoratori sono considerati freelancers anziché impiegati.

Non godono dei benefici determinati dalla legge sul lavoro. Nessuna restrizione sulle ore, sul salario minimo, sulla tredicesima o la quattordicesima, nessuna assicurazione sulla salute, nessuna tutela su discriminazione o licenziamenti ingiusti.

Questo significa anche che per Amazon è giusto pagare i Turkers fuori dagli Stati Uniti e in India con buoni regalo su Amazon.com. Sembra rievocare le vecchie città minerarie.

È una situazione lavorativa che ricorda la rivoluzione industriale, non avendo modo di assicurarsi che il lavoratore sia un bambino o uno schiavo.

Aldilà di questo, ai crowd workers non vengono finanziati gli stessi servizi sociali erogati ai classici impiegati, anche se con i loro stipendi bassi potrebbero avere benissimo accesso.

In Canada, una lavoratrice come me non contribuisce alla pensione, all’assicurazione lavorativa, o altri sistemi di tutela ma se mTurk mi sospende, sarebbe bello accedere al welfare. In realtà, ho fatto così poco su mTurk che potrei già ricevere dell’assistenza.

Molte aziende si rivolgono al crowd work per sostituire lavoratori di alto profilo o intere professionalità. Questo vuol dire che sempre meno persone supporteranno programmi di assistenza sociale e allo stesso tempo sempre più persone ne avranno bisogno.

Nell’insieme, il fatto che le leggi sul lavoro non si applichino ai freelancers, sia per tutelarli sia per includerli in programmi governativi, indica che la situazione è complicata.

Quando ho visitato la FEPS per parlare di crowd work, molte persone hanno fatto notare come questi problemi siano solo riscontrati in America del Nord, ma ci sono migliaia di europei che già lavorano su mTurk o piattaforme simili.

Per esempio, Clickworker dichiara di avere oltre 500mila lavoratori in Germania, dove è nato, ed è aperto a lavoratori da qualsiasi parte del mondo. Il numero di cittadini europei che usa la piattaforma è probabilmente molto più alto.

Altre piattaforme come 99Designs, Testbirds, Crowdflower e Crowdsource hanno anche molti lavoratori europei. Visto però che questi siti non rilasciano numeri demografici, non possiamo sapere quanti dei nostri vicini di casa siano lavoratori crowd worker full time.

Se questi lavori a basso costo – i lavoratori dei forum su mTurk dichiarano di guadagnare tra i 2 e i 40 dollari al giorno – possono essere una manna per chi vive in paesi con un costo della vita veramente basso, comporta sacrifici per chi vive in aree molto più costose.

Questo può non essere un problema oggi con la possibilità di avere lavori tradizionali o affidarsi ai servizi sociali per soddisfare i bisogni di vita basilari. Ma cosa succederà in futuro?

Combinato alla sostituzione dei lavori realizzati da robot e algoritmi, il crowd work sta ulteriormente cancellando quei lavori ancora disponibili.

Gli studi su mTurk dimostrano che può essere usato per la diagnosi di condizioni mediche (“Is there a Doctor in the Crowd? Diagnosis Needed! (for less thank $5)”, Cheng, Manoharan, Lease&Zhang, 2015), per la ricerca scientifica (“Crowd Science: The Organization of Scientific Research in Open Collaborative Projects”, Franzoni & Sauermann, 012), per il software design (“Collaborative Software Development Platforms for Crowdsourcing”, Peng, Babar & Ebert, 2014), per il graphic design (“The Good, the Bad and the Ugly”, Florian Schmidt, 2013), per scrivere articoli o libri (“ProPublica’s Guide to Mechanical Turk”, 2010) e altro.

Quelle professioni che una volta sembravano impossibili da far svolgere a un robot sono improvvisamente rimpiazzate dal crowd – più economico, veloce, potenzialmente più accurato, e accessibile 24 ore al giorno.

Gli europei non sono immuni dall’avanzata del crowd, e non ci vorrà molto che anche qui molti lavori scompariranno, se non l’hanno già fatto.

Che cosa faremo quando questi lavori finiranno? Ci iscriveremo alle piattaforme di crowd work, certo. Alcuni non vedono questo come un futuro distopico, ma il crowd work come professione ha alcuni lati oscuri.

Un esempio è che siete costantemente in una competizione feroce con i vostri coworker, con cui raramente si ha l’opportunità di comunicare sulla piattaforma.

Per esempio, mTurk non ha una funzione sul suo sito che permetta ai lavoratori di comunicare tra di loro.

Quando un lavoro deve essere fatto, compare in una lista e reso disponibile per coloro i quali hanno le competenze richieste. Improvvisamente inizia una frenesia di massa, con lavoratori che cercano di raccogliere quanti più HIT possibili (fino a un massimo di 25 per volta, visto che esiste un limite di coda per ogni utente).

In pratica, i lavori buoni scompaiono nel giro di pochi secondi e una volta finiti, quelli che continuano a lavorare per racimolare abbastanza da vivere sono costretti a fare i lavori lasciati da quelli che stanno in una situazione finanziaria migliore.

Uno dei lavori peggiori in cui molti si imbattono è la moderazione dei contenuti. Pornografia minorile, corpi mutilati, abuso sugli animali, omicidi e altre immagini ripugnanti che sono segnalate su siti web come Facebook, Youtube o Flickr si sono spostati verso aziende di paesi come le Filippine dove le persone farebbero una fortuna aggiudicandosi il contenuto di queste segnalazioni.

Oggi anche i paesi con un basso costo della vita possono rimanere fuori dalla suddetta competizione, così i lavoratori di mTurk moderano questi contenuti per qualche centesimo al pezzo.

Giusto la scorsa settimana ho visto una HIT con delle immagini dell’ISIS da taggare per il loro contenuto, e ogni compito veniva pagato solo 5 centesimi. Così, non solo ci imbatteremo in compiti da incubo notturno, ma saremo forzati anche a competere brutalmente con i nostri colleghi per farli.

Questo non vuol dire che il crowd work è di per sé cattivo. Ci sono determinati gruppi di persone cui il crowd work offre molti benefici.

Per esempio, a quelli con disabilità può dare lavoro da casa in un ambiente idoneo alle proprie condizioni, ma solo su piattaforme accessibili.

I lavoratori domestici possono restare a casa con chi hanno in cura e fare i compiti nei momenti di pausa.

Le persone che vivono in zone con un alto tasso di disoccupazione non devono preoccuparsi della carenza di lavoro o dei costi che affrontano per viaggiare visto che possono sempre trovare qualcosa da fare online.

Criminali di vario tipo agli arresti domiciliari, possono trovare impiego che li soddisfi e li tenga lontani dai pericoli. E quelli che lavorano in aree dove le proprie competenze potrebbero non essere richieste per l’alta competitività trovano progetti da aggiungere nel proprio portfolio su siti web come 99Design o CoContest.

Per tutti gli altri ci sono molti benefit come orario flessibile, la possibilità di scegliere i progetti su cui lavorare, libertà da capi reparto e colleghi, nuove opportunità di lavoro sulle piattaforme all’interno di diversi settori e la possibilità di lavorare più a lungo se c’è la necessità di guadagnare di più.

Questi benefit sono rilevanti e mostrano come il crowd work non debba essere condannato del tutto, pena la perdita di queste possibilità. È importante creare un crowd work giusto, etico e sostenibile in modo da proteggere coloro i quali da queste piattaforme ne traggono beneficio.

Vuol dire battersi per quei lavoratori sfruttati dal punto di vista finanziario e psicologico, obbligati a lavorare senza pausa, spinti a fare lavori “scomodi” e isolati senza contatto con altre persone che capiscano cosa stia succedendo.

Come nel caso degli impiegati tradizionali, ci si aspetta di trovare un luogo di lavoro orientato al benessere sia del lavoratore sia del Requester.

Questa visione futura del lavoro può sembrare tetra ma i lavoratori si stanno organizzando per cambiare il loro ambiente di lavoro. Attorno a mTurk è cresciuta una vivace e rigogliosa community, spronata dal fatto che Amazon non faciliti la comunicazione tra i lavoratori.

Partendo dal forum di cui sono community manager, TurkerNation.com, i lavoratori si sono riuniti per discutere del lavoro che fanno, così come fanno dei colleghi di lavoro attorno al distributore di acqua in ufficio: da quale lavoro valga la pena fare a come massimizzare i guadagni, per esempio.

Questa è solo una parte di ciò che si discute nei forum e della funzione dei vari gruppi di discussione, che rappresentano in qualche modo anche un benefit lavorativo.

In uno studio finito durante l’estate del 2014, io e Kate Zyskowski abbiamo scoperto che molti lavoratori usavano spesso i forum come supporto sociale. Ritrovando degli amici nei loro coworker, punti di contatto che capivano cosa fosse il crowd work, specialmente nei casi peggiori.

I lavoratori si aiutano l’un l’altro quando un Requester rifiuta in massa i loro HIT, inviano email all’azienda o li rimproverano del loro comportamento su Twitter. Se un ricercatore posta un sondaggio che è sottopagato o rifiuta quelli che vengono compilati, la community si rifà sui responsabili per il regolamento etico della scuola protestando contro questo comportamento.

Questo supporto si è anche trasformato nell’organizzazione di campagne di comunicazione attraverso il sito web www.WeAreDynamo.org, creato grazie alla partnership tra accademici e lavoratori. Lo scopo è di consentire discussioni anonime su come i lavoratori possano organizzarsi per cambiare le cose.

La prima campagna di successo della piattaforma è stata la creazione delle Linee Guida per Requester Accademici, un repository (un archivio digitale di tutte le informazioni (di un sistema)) con consigli su come usare mTurk per la ricerca in maniera etica.

La seconda campagna, intitolata Dear Jeff Bezos, invitava i Turkers a scrivere a Bezos, CEO di Amazon, per fargli sapere chi fossero, perché utilizzassero mTurk e quali tipi di miglioramenti gli sarebbe piaciuto vedere in futuro.

Anche se Bezos non rispondeva direttamente, una richiesta fatta dai lavoratori indiani – la possibilità di ricevere le loro paghe tramite bonifico bancario al posto degli assegni che spesso si smarrivano – è stata accolta dopo la campagna.

Così, tra questi primi passi compiuti dai crowd worker per il riconoscimento dei propri diritti, gli scioperi e le cause degli autisti di Uber e delle domestiche di Handy, sembra che il crowd trovi la sua voce.

Per assicurare che il crowd work sia equo per chi lo faccia, i governi devono muoversi e far sì che le aziende utilizzino le piattaforme di crowd working in maniera trasparente. Per esempio, su mTurk i lavoratori non possono comunicare tra loro. Inoltre, non c’è modo di sapere chi altro stia lavorando su questa piattaforma.

Amazon non rilascia informazioni su quanti lavoratori siano presenti e da dove provengano. Questo implica che i governi non sappiano quanti dei loro cittadini stiano lavorando sul sito web di Bezos.

Così facendo gli enti preposti non possono verificare che questi lavoratori, o l’azienda, stiano pagando le tasse e nemmeno fornire i sistemi di previdenza sociale solitamente garantiti dalle deduzioni di stipendio o dai contributi del datore di lavoro.

Significa inoltre che i lavoratori non possono organizzarsi: dal fornire un supporto sociale vicendevole al condividere le informazioni utili per fare campagne informative sui loro diritti.

Se le piattaforme fossero regolate per fornire queste informazioni, potremmo fare in modo che i lavoratori possano battersi per un ambiente di lavoro migliore mentre il governo possa ottenere la sua parte di profitti ricavati dal lavoro.

Tutto ciò può dare spazio al sostegno necessario per i lavoratori, specialmente quando trovano un lavoro così precario: per esempio l’accesso all’assistenza sanitaria, all’assicurazione lavorativa e ai fondi pensione.

La trasparenza è un primo semplice passo avanti per portare i diritti di un crowd worker in linea con quelli di un lavoratore tradizionale.

Se l’industria si sta lanciando a capofitto verso un futuro del lavoro che vede l’impiego misurato in minuti al posto di anni, tutto ciò suddetto è di vitale importanza.

Domani, mi sveglierò, aprirò il mio laptop e inizierò nuovamente a cercare HIT. Rispetto a dieci anni fa, quando mi registrai per la prima volta su mTurk, la mia prospettiva sarà differente.

Invece di pensare che nessuno sappia cosa faccio e quanto sia negativo, ora so che le persone stanno finalmente discutendo di crowd working e stanno ascoltando i crowd worker.

Se è vero che c’è voluto un decennio per ottenere l’attenzione necessaria per iniziare a percorrere un cambiamento che blocchi la discesa verso un lavoro precario e di sfruttamento per tutti, ora è tempo di agire.

Dobbiamo fare richiesta ai nostri governi di proteggere tutti i lavoratori, non solo quelli che hanno la sicurezza del lavoro grazie alle leggi passate.

Dobbiamo fare pressione alle aziende per ottenere trasparenza verso la propria forza lavoro e rispettare i cambiamenti che consentono ai lavoratori di organizzarsi.

In ultimo, dobbiamo ascoltare i lavoratori per capire meglio la loro situazione e come possiamo offrire loro tutto il supporto necessario per essere auto sufficienti.

Sono necessari altri approfondimenti. Tutti gli stakeholder devono partecipare alla discussione per raccogliere la conoscenza necessaria per fare scelte decise in avanti.

Parlarne soltanto non è sufficiente. Il prossimo passo che dobbiamo fare adesso, prima che la situazione diventi irreparabile, è agire.

Non c’è un lavoro che non possa essere svolto da un robot, da un algoritmo o da una piattaforma crowd. Se volete avere un lavoro sicuro, che vi piaccia e che vi permetta di sostenere le vostre famiglie, allora dipende da voi partecipare alla sfida.

Foto: utne.com

Crowd working: luci e ombre su sharing economy e crowd sourcing ultima modifica: 2016-04-04T09:17:04+00:00 da Redazione

Comments (2)

[…] di mTurk di Amazon deve servire da monito per evitare che chi usi queste piattaforme come impiego principale sia […]

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[…] di lavoro. Piattaforme come upwork.com, freelance.com, fiverr.com o mturk.com (la tanto discussa piattaforma di Amazon) mediano le aste del […]

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