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Algoritmi fantastici e come riconoscerli

Algoritmi fantastici e come riconoscerli

Chi sono Jarvis e Frank? Chi sono i rider, i glover, gli shopper? Chi non ha mai avuto a che fare con la gig economy e il lavoro tramite piattaforme digitali, per la prima domanda potrebbe pensare a persone in carne e ossa ma siamo invece di fronte a codice...

Contratti di lavoro: cosa cambia con la Direttiva europea?

Contratti di lavoro: cosa cambia con la Direttiva europea?

Siamo davanti a nuovo capitolo del dibattito sul lavoro tramite piattaforme digitali in Italia.

Mentre a livello nazionale è stata approvata una nuova legge (la 128 del 2 novembre) che, tra l’altro, coinvolge pure i fattorini on demand delle consegne a domicilio tramite app, in Europa è stata già pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Ue dell’11 luglio la Direttiva 2019/1152 relativa alle condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili in Ue, che dovrà essere recepita dall’Italia entro il 1° agosto 2022.

Intanto, all’orizzonte del panorama legislativo si affaccia un nuovo progetto di legge per regolamentare tutto il lavoro sulle piattaforme, andando quindi oltre la sola disciplina sui rider.

Per capirne di più abbiamo sentito Valerio De Stefano, professore di diritto del lavoro all’Università belga di Lovanio ed esperto di gig economy sin dalla sua esperienza come funzionario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

(Intervista tratta dalla rivista Partecipazione, n. 3/2019)

Con l’entrata in vigore della Direttiva nel 2022, quali saranno gli effetti reali in termini di diritti?

La Direttiva sicuramente rafforza alcuni diritti: da quelli d’informazione sulla paga all’orario di lavoro, dal luogo di lavoro alla modulazione dell’orario. È una novità importante perché il lavoro è sempre più frammentato.

Da questo punto di vista la Direttiva fa un passo avanti e include delle tutele interessanti anche per i lavoratori a chiamata: si fissano alcuni diritti minimi come quello di preavviso e a essere pagati anche se il turno viene cancellato.

Diciamo, però, che la Direttiva non ha rispettato le promesse iniziali. Doveva proteggere i più precari, inclusi i lavoratori su piattaforma digitale: l’idea della Commissione e del Parlamento andava verso una forte espansione dell’ambito di applicazione, mentre gli Stati membri si sono opposti e hanno imposto l’adozione dell’ambito più tradizionale del lavoro subordinato.

Sarà molto importante che si faccia pressione affinché il legislatore italiano tenga conto, come previsto nella Direttiva, della giurisprudenza europea per la quale i lavoratori sono dipendenti quando lavorano per un salario e non svolgono attività semplicemente marginale.

La nozione di subordinazione secondo la Corte di Giustizia è molto più ampia rispetto alla subordinazione prevista negli ordinamenti nazionali. Bisognerà quindi allargare i tradizionali criteri di subordinazione.

Se non si fa questo, la Direttiva per i platform workers e i lavoratori più vulnerabili servirà a ben poco e avremo il paradosso che verrà applicata solo ai lavoratori più tradizionali.

C’è anche un altro punto da aggiungere: la Direttiva riguarda pure i lavoratori domestici. In questo caso, autorizza gli Stati membri ad escludere i lavoratori domestici da alcune tutele previste per gli altri.

Questo però è lecito solo quando sono assunti direttamente dalle famiglie, mentre non ha effetto se assunti da qualcuno che fa da intermediario come una piattaforma o un’agenzia. Bisogna investire sull’idea che questi lavoratori invece hanno diritto alla piena protezione assicurata dalla Direttiva.

Va inoltre tenuto conto che l’Italia ha ratificato la Convenzione OIL n. 189 sul lavoro domestico, che impone di parificare i diritti dei lavoratori domestici a quelli degli altri lavoratori in alcuni dei punti chiave toccati dalla Direttiva, come l’orario di lavoro: non si può, quando si attua la Direttiva, violare la Convenzione Oil!

Leggendo la Direttiva, sembra sia dato un ruolo importante alle parti sociali. È proprio così?

Sicuramente può essere per le parti sociali un’occasione per ridiscutere il campo di applicazione delle tutele. Ripeto, la Direttiva fa riferimento alla giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea che allarga la nozione di lavoratore. Secondo me, le parti sociali dovrebbero fare in modo che i legislatori recepiscano la Direttiva in maniera da dargli piena effettività L’applicazione della Direttiva farà da sprone per le parti sociali così da dare il loro contributo nel verificare come la legislazione debba essere applicata e quali lavoratori comprenda.

Il Dl sulle crisi aziendali, convertito in legge, contiene alcune norme dedicate ai rider. Come le giudica?

Credo che l’Italia si stia sostanzialmente candidando a essere l’ultima della classe nella questione della tutela dei rider.

Perché in molti paesi la giurisprudenza ha iniziato a riqualificare i lavoratori su piattaforma come subordinati, a differenza che da noi.

In paesi come gli Stati Uniti, nello Stato della California, c’è anche stata un’iniziativa legislativa importante volta a ricomprendere i lavoratori che lavorano nel core business di un’impresa come lavoratori subordinati.

In Italia si fa ancora fatica. Il fatto che si vogliano applicare discipline puramente settoriali, fra l’altro, non rivolte a tutti i lavoratori su piattaforma ma solo a quelli che fanno le consegne, ci fa riflettere sul fatto che il legislatore italiano non ha ben compreso come il problema non è solamente quello delle piattaforme di food delivery ma è più ampio, di precarietà e di lavoratori estromessi dalle tutele.

Di buono c’è la valorizzazione dell’articolo 2 del Jobs Act che riconduce il lavoro etero-organizzato alle tutele della subordinazione ed è positivo che si specifichi che anche nell’ambito delle piattaforme questo può accadere.

In realtà, però, manca una riflessione complessiva su come il lavoro in Italia sia etichettato come autonomo con troppa facilità rispetto ad altri Paesi simili a noi.

L’articolo 2 è un passo avanti per affrontare sostanzialmente il problema, però bisogna che il legislatore si ponga al di fuori della nozione settoriale e non vada semplicemente a definire micro categorie bisognose di protezione ma si ponga in un’ottica più generale.

Rispetto alla Direttiva europea, come si inserisce questo decreto per i rider?

Non credo ci sia molto della Direttiva che si rincontra nella nuova disciplina del decreto sui rider.

Per il resto, assistiamo a una parcellizzazione e separazione artificiale dei rider rispetto ad altre categorie di autonomi che in realtà dovrebbero essere riqualificati come subordinati.

Non possiamo dire che il decreto faccia molto per prepararsi ad attuare la Direttiva, a parte quanto detto sopra sull’articolo 2 del Jobs Act.

Sulla questione della regolarità dell’orario di lavoro, punto di forza della Direttiva per i lavoratori on demand, le nuove norme non dicono più di tanto.

Ci sono pure tre progetti di legge italiani per il lavoro tramite piattaforme. Può essere un tentativo di anticipare la direttiva europea?

Per i progetti, bisogna distinguere la parte che dovrebbe essere generale di tutela di tutti i lavoratori autonomi vulnerabili, cioè di quei lavoratori che non sono davvero autonomi sul mercato. Su questo bisognerebbe fare delle riflessioni di sistema per offrire questi lavoratori a tutele dignitose non faccia venir meno le tutele.

Ancora una volta, questo lo si potrebbe fare valorizzando l’articolo 2 del Jobs Act che è una buona norma in quel senso.

Poi si può pensare di capire se c’è bisogno di norme speciali per le piattaforme. Si dovrebbe intervenire, per esempio, sulla trasparenza dei dati e degli algoritmi, sul rendere noto gli elementi essenziali degli algoritmi ai lavoratori e che ci possa essere un controllo sindacale sulla definizione degli standard che questi algoritmi utilizzano per valutare i lavoratori e offrirgli lavoro in futuro o per non offrirgliene più.

Non si può, però, intervenire solo sul lavoro tramite piattaforme. Bisogna invece intervenire complessivamente sul lavoro autonomo vulnerabile, che in Italia va molto al di là del lavoro su piattaforme e c’è da decenni.

Quali potrebbero essere i diritti minimi da cui partire per i lavoratori delle piattaforme in Italia?

Bisogna vedere quali dei diritti che spettano ai subordinati possano essere estesi ai lavoratori autonomi vulnerabili: credo sia necessaria una riflessione sul perché determinati diritti dovrebbero essere riservati solo ai subordinati.

Molti dei diritti che i lavoratori subordinati possono essere estesi anche ai lavoratori autonomi e dovrebbero essere estesi per omogeneità di ratio nel momento in cui i lavoratori autonomi diventano sempre di più uno degli elementi che l’impresa usa per fare andare avanti il proprio business rispetto invece al lavoratore autonomo tradizionale che era più un consulente esterno.

In questo senso, sicuramente andrebbero previsti diritti sindacali, di non discriminazione, a un compenso proporzionato e sufficiente alla quantità di lavoro prestato, l’applicazione dei contratti collettivi, sull’orario di lavoro, le ferie.

Bisognerà riconsiderare tutto sulla base del fatto che i lavoratori autonomi, specialmente in Italia, molto spesso non sono autonomi sul mercato, cosa che li rende vulnerabili e dipendenti rispetto a un’impresa.

Che poi sia una dipendenza che si presenta in maniera diversa dal lavoro subordinato tradizionale sicuramente si può: le tutele possono essere predisposte in maniera specifica per determinate forme di lavoro autonomo, ferma una disciplina di tutela generale valida per tutti.

Le parti sociali, in tal senso, sono le più qualificate per capire quali sono le effettive esigenze di tutele.

Dopodiché, però, non si può partire dal presupposto che il lavoro autonomo di oggi sia lo stesso di quello svolto 40-50 anni fa che invece era molto più indipendente rispetto ai propri committenti.

Qual è la situazione negli altri Paesi europei?

Vediamo che in moltissimi Paesi europei ormai si fa contenzioso per ricondurre molti dei platform workers come i rider delle consegne a domicilio o i tassisti di Uber a lavoratori subordinati.

Nella maggioranza dei casi, questi lavoratori sono riqualificati dai giudici come subordinati, una cosa che non avviene in Italia, perché nel nostro Paese si ha ancora una visione del lavoro subordinato come legato al posto di lavoro, con un orario predefinito.

Devo dire che in altri Paesi dove pure tradizionalmente c’era questa visione legata all’orario di lavoro questo sta venendo meno.

Vediamo, per esempio, pronunce della Cassazione francese e pronunce dei tribunali spagnoli in cui l’elemento della flessibilità dell’orario diventa solo uno degli elementi che si considera per verificare chi è subordinato.

Non vuol dire che questi Paesi siano impazziti d’improvviso, ma evidentemente i giudici valutano come elementi di subordinazione aspetti che per i nostri giudici non sono dirimenti per garantire le tutele.

Sicuramente la Direttiva è un’occasione di riflessione per il legislatore: il lavoratore subordinato che ha diritto alle piene tutele non è solo quello che ha un orario stabile; la subordinazione va al di là dell’orario di lavoro.

Siccome si va sempre di più verso forme di lavoro in cui l’orario è modulare e flessibile e il lavoratore non è necessariamente tenuto ad accettare il lavoro offerto dal committente ma allo stesso tempo, quando lo accetta, non è autonomo nell’esecuzione del lavoro; bene, sempre di più si dovrebbe fare in modo che la flessibilità oraria non faccia venir meno le tutele.

Foto: Skitterphoto da Pexels

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Ora si vieta l’ingresso ai fattorini della gig economy

Ora si vieta l’ingresso ai fattorini della gig economy

Partecipando all’ultima manifestazione dei fattorini della gig economy a Milano che si è tenuta davanti la sede di Deliveroo l’1 dicembre, abbiamo avuto modo di incontrare pure un lavoratore che ci ha raccontato un curioso particolare di un locale milanese.

In pratica, i proprietari di questo locale in una zona pressoché centrale del capoluogo lombardo hanno affisso un cartello all’ingresso dell’esercizio pubblico con la scritta “Vietato l’ingresso ai «runner»” e sotto alcuni nomi delle principali società-app che svolgono il servizio di consegna a domicilio del cibo.

Accanto a questo, un altro cartello con una freccia verso sinistra e una semplice scritta accanto: «riders».

Dapprima sbalorditi di come si potesse arrivare a tanto (si è passati dal “divieto di ingresso ai cani” a quello dei lavoratori), abbiamo voluto fare una ricerca del cartello incriminato per le vie di Milano.

Quella che vedete è la foto che abbiamo scattato (niente fotomontaggi da fake news, eh!) proprio qualche sera fa.

Sorgono spontanee alcune domande e riflessioni dopo aver visto tale annuncio:

  • Se è vero che le parole sono importanti, non sarebbe opportuno fare un cartello un po’ più accogliente e rispettoso del lavoro svolto dai fattorini della gig economy? Magari un “Per i fattorini delle app, l’ingresso è quello della porta accanto”?
  • Poi, una volta li chiamate runner, un’altra volta rider: anche questo aspetto denota poca sensibilità e conoscenza di un fenomeno come la gig economy e del rapporto con chi ci lavora.
  • Se vi piace il servizio di consegna, perché mortificare in questo modo chi lavora per voi? A questo punto, perché non fare una consegna a domicilio in proprio?
  • Questa “guerra tra poveri” sicuramente non fa bene a un clima già in parte teso dove la gig economy è vista come un “male necessario” per fare affari piuttosto che trovare insieme una soluzione per un lavoro dignitoso.

Tuttavia, parlando pochi giorni fa con una lavoratrice di Deliveroo di Roma e commentando proprio questo cartello, ci ha detto che la società britannica di delivery food invita la propria flotta di fattorini a segnalare casi di “maltrattamento” (a quanto pare anche nella capitale ci sono alcuni casi simili, anche solamente verbali) da parte delle attività commerciali che usufruiscono del servizio digitale.

Certo, non sappiamo se poi ci saranno ripercussioni reali o tirate di orecchie ai titolari dei locali tuttavia in qualche modo Deliveroo cerca di sopperire all’imbarbarimento della ristorazione e dei pubblici esercizi.

Situazioni del genere (a detta del lavoratore che abbiamo incontrato, ci sono altre attività milanesi che anche a parole maltrattano i fattorini della gig economy) sono segnali ancora una volta chiari e inequivocabili che qualcosa va fatto per normare questa parte dell’economia digitale.

Intanto, per chi volesse contribuire al nostro osservatorio sulla gig economy in Italia, è disponibile il questionario online da compilare e condividere con chi lavora sulle piattaforme online.

Per chi volesse invece sentire le parole del rider che abbiamo incontrato, ecco il video.

Commissione Europea e sindacati insieme per regolare la gig economy

Commissione Europea e sindacati insieme per regolare la gig economy

La Commissione Europea prosegue la discussione con i sindacati e le associazioni datoriali a livello europeo su come modernizzare le regole dei contratti di lavoro, così da renderli più giusti e conosciuti a tutti i tipi di lavoratori.

L’iniziativa – che fa andare avanti il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali – mira a creare una convergenza tra gli Stati Membri verso delle condizioni migliori di vita e di lavoro.

L’idea della Commissione è di allargare il parametro di attuazione dell’attuale Direttiva europea sui contratti (la cosiddetta Written Statement Directive) a tutte le forme di impiego, come i lavoratori a chiamata, voucher e i lavoratori della gig economy o su piattaforme online.

I sindacati potranno contribuire con un proprio documento entro il 3 novembre 2017. La Commissione europea vuole presentare una proposta di legge entro la fine dell’anno.

Valdis Dombrovskis, Vice Presidente europeo e responsabile del Dialogo Sociale ha recentemente dichiarato che “il ruolo delle parti sociali è centrale per andare avanti col Pilastro Europeo dei Diritti Sociali. In particolar modo quando si tratta di prendere di petto le sfide con le nuove forme di impiego e fornire adeguate condizioni di lavoro per i lavori atipici”.

Marianne Thyssen, Commissario al lavoro ha aggiunto che “i lavoratori hanno il diritto di essere informati sui loro diritti e doveri quando iniziano un lavoro. Voglio che tutti i lavoratori in Europa siano coperti da tutele di base, aldilà del proprio stato di impiego, siano lavoratori di piattaforme online o fattorini”.

Il prossimo 17 novembre 2017 a Göteborg, in Svezia, si terrà il Summit sui diritti sociali per la crescita e un lavoro giusto.

Tabbid, il lavoro online come modello sociale

Tabbid, il lavoro online come modello sociale

Tabbid è una delle prime piattaforme italiane di lavoro online. Nata nel 2013 grazie all’impegno di Alessandro Notarbartolo – project manager lombardo per una multinazionale del settore energetico – che da un’esigenza personale per motivi familiari ha colto un’opportunità per risolvere i bisogni quotidiani di molte persone tramite il web.

Tabbid al momento ha circa 30mila iscritti. La piattaforma è nata senza alcun tornaconto di business. Per questo si fonda sulla gratuità del servizio che viene svolto senza alcuna commissione, sia per chi cerca lavoro, sia per chi lo offre.

“Tre anni fa – continua Notarbartolo – non avrei pensato di diventare riferimento per l’Italia sulle piattaforme di lavoro online”.

Come ci spiega Alessandro – che prova a spingere Tabbid con le sue sole forze economiche e personali – “solo i servizi aggiuntivi sono a pagamento ma senza obbligo di acquisto”.

Notarbartolo ci dice che non ha mai ricercato investitori per Tabbid. “Da un lato è positivo perché gestisco in primis la situazione, dall’altro avrei potuto avere una forte espansione con fondi a disposizione”.

Tuttavia, Alessandro ci tiene a precisare che il vero successo di Tabbid è di aver messo in piedi un vero e proprio modello sociale.

Volendo provare a fare una mappa delle persone iscritte a Tabbid, possiamo dire che la maggior parte dei tabidder – si chiamano così i lavoratori iscritti alla piattaforma – si trovano al Nord Italia (principalmente in Lombardia e Veneto). Poi nel Lazio (Roma, in particolare) e a macchia di leopardo nel resto d’Italia.

Tra gli iscritti, sono presenti molti neolaureati, una buona percentuale di disoccupati temporanei (in attesa di un nuovo lavoro) e anche molti “dopolavoristi”: dal tuttofare (muratore, idraulico, ecc.) a chi ha competenze web.

L’età dei registrati va dai 25 ai 45 anni. Con una grande concentrazione di quarantenni. Chi richiede il servizio sono più donne. Tra i lavoratori c’è una piccola maggiore prevalenza di uomini.

Un elemento particolare è che Tabbid comunque non punta ad avere studenti – o quanto meno non solo loro – tra gli iscritti.

Come principale aspetto positivo – secondo Notarbartolo – c’è la gratuità della piattaforma. La seconda cosa è la sua costante presenza online tramite la pagina Facebook ufficiale. “Essere sempre online – commenta il fondatore di Tabbid – aiuta a instaurare un rapporto di fiducia e di credibilità con i miei utenti”.

Parlando di piattaforme di lavoro online in Italia, Alessandro ci conferma che nel nostro Paese le piattaforme hanno una crescita lenta e cita l’esempio di Subito.it che ha impiegato 13 anni per affermarsi.

Nella nostra chiacchierata non manca il focus sugli aspetti contrattuali e lavoristici di Tabbid.

“Anche le società presenti su Tabbid – ci dice Alessandro – sono attente e serie nel regolare i rapporti di prestazione occasionale. Alcune grosse rinunciano piuttosto all’ingaggio se non trovano il giusto inquadramento”.

Tabbid ha una guida online presente sul sito web che indica come regolare i rapporti di lavoro che si presentano sulla piattaforma.

Il meccanismo di incrocio domanda e offerta è semplice: una volta inserito l’annuncio, viene inviato un alert a quella categoria di lavoratori che incontrano le competenze richieste dal committente, ci si candida all’annuncio e il rapporto viene gestito e concluso direttamente dalle due parti senza l’intermediazione della piattaforma.

“I più abili possono arrivare a guadagnare fino a una media di circa 900 euro al mese. La qualità del lavoro dipende anche dal tipo di attività che si deve svolgere. Se devo montare e configurare una caldaia di sicuro non mi affido al primo che trovo su Tabbid” – aggiunge Notarbartolo.

Un altro aspetto interessante è quello della valutazione dei tabidder. Il lavoratore non può recensire il committente con le famose “stelle” ma può scrivere sulla bacheca pubblica di chi gli ha commissionato il lavoro su Tabbid e commentarne l’esito. Questo dovrebbe creare una maggiore sicurezza e professionalità da entrambe le parti.

Nonostante Tabbid non preveda tariffe minime, il fondatore della piattaforma ha un’idea per il futuro del sito web: “Vorrei creare delle tariffe minime per ogni categoria, impostando un minimo tariffario su base oraria o a consegna (come ha già fatto con McDonalds’).

Al momento il prezzo lo definisce il committente. “Ci sono dei committenti – aggiunge Alessandro – che mi scrivono per avere un’idea di quale cifra proporre. Ho già un tariffario indicativo dei principali lavori richiesti su Tabbid”.

Ricerca gig economy in Italia: i primi risultati

Ricerca gig economy in Italia: i primi risultati

Sono più gig worker che freelance, svolgono i lavori più disparati e vogliono tutele e diritti come dei veri e propri lavoratori.

Ecco i primi risultati della nostra ricerca online sulla gig economy in Italia che abbiamo lanciato a gennaio 2017 e che proseguirà come punto di ascolto permanente almeno per tutto l’anno in corso.

L’identikit dei gig worker italiani

I gig workers italiani sono principalmente uomini (84%) e sono per la maggiore giovani (18-34 anni, 55%). Mentre nella fascia di età 35-54 anni si piazza il 28% dei rispondenti. Vivono principalmente al Nord (50%) e al Centro (33%).

La laurea di secondo livello (31%) è il titolo di studio più frequente tra gli intervistati. A seguire la licenza media superiore (25%) e a pari merito (19%) la laurea di primo livello e il master o corsi post-laurea. Solo il 6% dichiara di avere la licenza di scuola elementare.

Le esperienze di lavoro passate dei gig worker

Una prima evidenza offerta dall’indagine è la diversità dei lavori svolti dagli intervistati. Si va dal muratore al consulente per aziende in remoto, dal pizzaiolo all’ex impiegato di una multinazionale all’estero, dal pasticciere al grafico.

Le piattaforme di lavoro online utilizzate

Anche nel caso delle piattaforme online di lavoro e di app emergono dati interessanti. Dalle più conosciute come Foodora, Deliveroo, Upwork, Elance, Fiverr e Freelancer.com alle meno note Translatorscafe.com, Lionbridge, Zintro e Actionscript.com.

Vanno segnalate anche le piattaforme italiane Tabbid, Gogojobo, Taskunters ed Ernesto. Segnale che anche in Italia la gig economy non significa solo servizi di food delivery ma anche qualcosa di più vasto e trasversale nei vari settori lavorativi.

Il lavoro sulle piattaforme online

Il 60% dei rispondenti ha dichiarato che ha lavorato almeno una volta nell’ultimo anno attraverso le piattaforme della gig economy. Il 25% invece lavora attualmente su una o più piattaforme in maniera costante.

Come per le esperienze di lavoro passate, anche nel caso dei “lavoretti” online c’è una grossa varietà di risposte. Il settore più grosso è rappresentato dai lavori creativi/informatici sul proprio computer (35%).

Seguono “Taxi o altro tipo di guida (fattorino)” col 20%. Al terzo posto si piazzano i lavori di ufficio, compiti brevi o “click work” tipo la moderazione di commenti e immagini online col 15%.

Orari e retribuzione della gig economy in Italia

Il 50% dei partecipanti al questionario ha risposto che dedica fino a 2 ore al giorno per il lavoro su piattaforme. Il 25% ha dichiarato di lavorare per più di 4 ore al giorno.

Il 74% degli intervistati guadagna fino a 5mila euro all’anno. Mentre il 16% riesce a ottenere guadagni superiori ai 15mila euro all’anno.

Segno chiaro della cosiddetta dinamica “winner takes all” della gig economy: cioè, da un lato molti lavoratori che guadagno poco e dall’altro pochi che guadagnano molto.

Abbiamo provato a chiedere un commento sulla retribuzione del lavoro su piattaforma online e i commenti sono diversi: dal “Solo per necessità, è sempre troppo basso il compenso” a “L’importante è che mi paghino”, da “Retribuzione sia oraria che a consegna, inoltre mance online e mano, e bonus vari su affiancamento di nuovi driver“
a “Sono buone per trovare contatti, ma il lavoro va svolto fuori. Lavorare direttamente sulle piattaforme significa fare concorrenza al ribasso con frotte di indiani, cinesi, est europei, il più delle volte incapaci, ma che distruggono il mercato“.

I contratti applicati nella gig economy in Italia

Chiaramente nessuno ha applicato un contratto collettivo nazionale di lavoro.  La maggior parte ha un pagamento a cottimo, contratti a progetto o prestazioni occasionali.

Le condizioni di lavoro sulle piattaforme online

Anche in questo caso i commenti sulle esperienze di lavoro sono trasversali. Un intervistato risponde così: “Molto positiva. Mi sono accordato tramite app. Ho svolto il lavoro. Sono stato pagato con voucher e ci siamo lasciati un feedback reciproco. Questo è il futuro. Con alcune persone siamo rimasti in contatto e il lavoro è diventato ripetitivo”.

Su Deliveroo sembra ci sia una valutazione tutto sommato positiva. Infatti c’è chi ha scritto “Posso parlare solo positivamente di Deliveroo. Il tutto si sviluppo attorno all’applicazione principale che una volta installata sul telefonino ci permette di loggarsi-entrare in turno, sloggarsi-uscire dal turno ricevere ordini e consegnarsi al cliente. Tutti questi dati sono raccolti dal server che a fine mese calcolerà automaticamente il nostro stipendio. Anche gli orari di lavoro si concordano su un altra piattaforma online (staffomatic). Deliveroo fornisce tutti gli strumenti necessari al lavoro senza caparre o altro (zaino, casco, batteria extra per cellulare, accessori, bici, giacca a vento ecc).”.

Ma anche “in generale una buona esperienza siamo abbastanza ben supportati dalla piattaforma, anche se non consiglierei questo lavoro a tempo pieno“.

Tuttavia c’è chi evidenzia alcuni limiti. Gli alti costi di commissione della piattaforma, una concorrenza al ribasso sul prezzo a livello internazionale, le difficoltà nella ricezione del pagamento, stress e orari di lavoro impraticabili in maniera continua, oltre “all’assoluta incertezza sulle prestazioni sanitarie e sulle possibilità di sostentamento in età avanzata in cui versano attualmente i collaboratori occasionali e le partite iva”.

Le garanzie del lavoro su piattaforma online

Il 67% ha dichiarato di avere “nessuna garanzia” tipo contributi, indennità di malattia, ferie, maternità, previdenza integrativa. Mentre il 20% risponde di avere come elemento di garanzia la flessibilità oraria.

Riscontri interessanti si hanno dall’approfondimento sulle garanzie richieste. L’indennità di malattia è la garanzia più richiesta e desiderata per il lavoro su piattaforma online.

C’è anche chi vorrebbe la certezza di trovare più occasioni di lavoro sulle app al posto di garanzie oppure un piccolo aumento sull’attuale lavoro svolto e più in generale delle retribuzioni dignitose.

Una risposta che deve far riflettere politica, sindacati, gestori di piattaforma, clienti e utenti lavoratori è la seguente: “Le normali garanzie che si applicano per qualsiasi contratto di lavoro dipendente… ovviamente partendo dal minimo ovvero un’assicurazione.

Chiaramente essendo il lavoro ideale per migliaia di ragazzi la disponibilità di manodopera è così alta che non si arriverà mai a tutto questo… soprattutto in un periodo dove chi viene assunto deve ringraziare il datore di lavoro e i diritti o garanzie stanno quasi uscendo da quello che un giovane si aspetta da un lavoro (io mi ci metto per primo… forse per rassegnazione)”.

Perché si cerca lavoro sulle piattaforme online?

Il principale motivo per cui i gig workers italiani usano queste piattaforme è la mancanza di altre opportunità di lavoro, per arrotondare e per una maggiore flessibilità.

Soddisfazione dei gig workers in bianco e nero

Se da un lato il 58% degli intervistati si dichiara abbastanza soddisfatto del lavoro su queste piattaforme, c’è un 34% di loro che invece si dichiara poco soddisfatto o per niente soddisfatto delle condizioni lavorative della gig economy. Solo l’8% dice di trovarsi molto bene a lavorare online.

Chi può rappresentare i gig workers?

Le risposte a questa domanda racchiudono bene gli andamenti socio-politici attuali. Da un lato sembra proprio il sindacato (25%) e l’associazionismo non organizzato (17%) a dare speranza di vedere qualche tutela e diritto all’orizzonte; dall’altro, la sfiducia (sia la risposta “nessuno di questi”, sia “altro” hanno una percentuale del 25%) nelle istituzioni e nei corpi intermedi sembra avere un grosso effetto.

Chi ha scelto il sindacato pensa possa essere l’organizzazione più adatta grazie alla loro esperienza nel mondo del lavoro e il loro potere di rappresentanza. Nonostante questo, non mancano le critiche per mancanza di fiducia verso le organizzazioni sindacali ma più in generale sulla politica.

Ricerca gig economy in Italia: indicazioni metodologiche

I dati di questa ricerca – di tipo qualitativo – sono stati raccolti nel periodo tra il 16 e il 31 gennaio 2017 tramite questionario online (promosso anche con una campagna mirata su Facebook) e su alcune interviste fatte a Milano ai fattorini di Deliveroo e Foodora.

Nel suddetto periodo abbiamo raccolto 20 questionari compilati che sicuramente non sono un campione scientifico indicativo del fenomeno della gig economy in Italia.

Tuttavia, la nostra iniziativa vuole avere un taglio di approfondimento – qualitativo, appunto – cercando di capire in profondità quali siano i problemi e i bisogni di questa categoria di lavoratori.

L’indagine resterà online come osservatorio permanente sulla gig economy in Italia.

Chi vuole collaborare per ampliare questo lavoro di ricerca, può inviarci un’email a info@sindacato-networkers.it oppure contattarci tramite i nostri canali social Facebook e Twitter.

Foto: economist.com