News

Le 10 leggi del Social Media Manager

Le 10 leggi del Social Media Manager

Se un giovane volesse diventare un Digital Media Specialist (detto comunemente Social Media Manager ma a noi piace definirlo almeno una volta secondo l’e-CF) da dove dovrebbe iniziare?

Di certo puntare sul contenuto e il social media marketing può aiutare a migliorare i risultati del proprio lavoro in azienda o per i clienti.

Tuttavia per coloro i quali si sentono social media manager “dentro”, ma senza grossa esperienza o competenza, tutto ciò può essere impegnativo.

Può servire creare una base utile per lavorare con i clienti, la propria azienda o per la propria crescita professionale.

Secondo Susan Gunelius, CEO di KeySplash Creative, le 10 leggi del social media manager possono essere le seguenti.

La legge dell’ascolto

Il successo sui social media e il content marketing richiede più ascolto e meno chiacchiere. Leggere i contenuti online del proprio pubblico target e partecipare alle discussioni per imparare cosa sia importante per loro. Solo allora si può creare contenuto e conversazioni brillanti che aggiungono valore invece di creare confusione.

La legge del focus

Meglio specializzarsi che essere un tuttofare. Una strategia social media e di content marketing altamente focalizzata a costruire un marchio forte ha più chance di successo che una strategia ampia che provi a parlare a tutti di tutto.

La legge della qualità

La qualità batte la quantità. Meglio avere 1.000 connessioni online che leggono, condividono e parlano del tuo contenuto con il proprio pubblico che 10.000 connessioni che scompaiono dopo essersi connessi con te la prima volta.

La legge della pazienza

Il successo sui social media o con il content marketing non arrivano da una notta all’altra. Se da un lato è possibile avere un successo fugace, è altrettanto vero che bisogna impegnarsi a lungo per ottenere risultati.

La legge della combinazione

Se pubblichi contenuti interessanti e di qualità e lavori per costruire un pubblico online di qualità, li condivideranno con i loro contatti su Twitter, Facebook, LinkedIn, sui loro blog e via dicendo.

Questa condivisione e creazione di discussioni sul tuo contenuto apre la strada per nuovi ingressi dai motori di ricerca come Google per trovarti tramite alcune specifiche parole chiave.

La legge dell’influenza

Investire del tempo nel trovare gli influencers online del tuo segmento di pubblico con un audience di qualità e che possono essere interessati ai tuoi prodotti, servizi e attività.

Connettiti con loro e lavora per costruire relazioni durature.

Se vieni riconosciuto come voce autorevole e fonte di informazioni interessanti, possono condividere i tuoi contenuti con i loro follower e portarti una nuova ondata di contatti.

La legge del valore

Se spendi tutto il tuo tempo sui social solo per promuovere i tuoi prodotti e servizi, le persone smetteranno di ascoltarti. Devi aggiungere valore alla conversazione. Concentrati meno sulla conversione e di più sulla creazione di contenuto interessante e sviluppa relazioni con gli influencers online. Tutto ciò può portare queste persone a creare un’opportunità per fare attività di marketing del passaparola.

La legge del riconoscimento

Se non ignoreresti qualcuno che ti si presenta davanti in carne e ossa, non farlo online. Costruire relazioni è una delle parti più importanti del social media marketing di successo. Dai il giusto riconoscimento a ogni persona che ti contatta.

La legge dell’accessibilità

Non pubblicare il tuo contenuto per poi scomparire. Resta disponibile per il tuo pubblico. Ciò significa che bisogna pubblicare regolarmente contenuti e partecipare alle conversazioni. I followers online possono essere incostanti e non ci pensano due volte a lasciarti perdere se scompari per settimane o addirittura mesi.

La legge della reciprocità

Non puoi aspettarti dagli altri che condividano il tuo contenuto o parlino di te se non fai lo stesso per loro. Dedica una parte della tua attività di social media manager a condividere e parlare dei contenuti pubblicati dagli altri.

Liberamente tradotto da qui.

Internet Festival, quale forma al futuro del lavoro digitale?

Internet Festival, quale forma al futuro del lavoro digitale?

Internet Festival ritorna dal 5 all’8 ottobre 2017 a Pisa con la nuova edizione. L’appuntamento annuale con i temi dell’innovazione digitale e della Rete ha come cornice di significato dell’iniziativa le “forme di futuro”. La parola chiave è il #sentiment.

Un sentiment però che per qualcuno è negativo prima della partenza. Soprattutto per chi ha notato l’ennesima forma di lavoro precario, non riconosciuto e sottopagato verso i lavoratori del web.

Il nodo della polemica è la (quasi) mancata retribuzione dei volontari dell’Internet Festival.

Come si legge nella pagina dell’annuncio, i volontari selezionati avranno un rimborso per prestazione occasionale di 250 euro lorde, circa 4 euro l’ora lorde per i 4/5 giorni di lavoro (se includiamo il giorno precedente alla manifestazione con un orario che va dalle ore 9-10 alle ore 24).

I profili professionali richiesti sono:

  • Ufficio stampa
  • Back office eventi
  • Info point
  • Accoglienza visitatori nelle location e assistenza transfer
  • Social Media Editor & Blogger
  • Multimedia Editor (Photographer o Videomaker)

Dal punto di vista retributivo fanno sicuramente compagnia ai fattorini della gig economy. O forse, anche peggio.

Il ragionamento tuttavia va fatto in maniera più ampia.

Uno dei principi su cui – malamente – si fa leva quando parliamo di professioni digitali, soprattutto per chi si affaccia per la prima volta verso questo mondo è “posta, twitta, pubblica foto che noi ti ripaghiamo con la visibilità sui social grazie al nostro potente brand e ai nostri numerosi follower/fan”.

Un po’ come la mela della strega cattiva di Biancaneve, dall’aspetto accattivante ma con un retro gusto – diciamo – amaro.

Sicuramente non cambiano la vita in termini retributivi e previdenziali quattro giorni di iniziative.

Ma se consideriamo che molte persone nel corso dell’anno per fare curriculum (si farà davvero?) partecipano a più iniziative simili all’Internet Festival, vediamo come si crei un continuum di retribuzioni (quando sono presenti) di basso livello che da un lato sollevano dai costi le macchine organizzative degli eventi, dall’altro offrono solo occasioni effimere di guadagno per quei giovani e meno giovani che per un tweet o un post di popolarità (una volta erano 15 minuti!) sacrificano giorni di impegno e competenze. E intanto il tempo passa…

Come si può notare dalle figure professionali richieste nell’annuncio, le professioni digitali sono proprio tra quelle che oggi soffrono, da un lato, di più la mancanza di occupazione e di un riconoscimento professionale (vedi i dati sugli occupati in ambito giornalistico),  e dall’altro sembrano essere i lavori di oggi/domani (ne abbiamo scritto più volte sulla mancanza di competenze digitali e relativa occupazione in Italia e in Europa).

Per certi aspetti è bello vedere come la fondazione Sistema Toscana insieme ad aziende, istituzioni, università e media a supporto dell’evento diano vita a iniziative culturali anche interessanti.

Internet Festival dimostra come il digitale sia un tema sempre più centrale nella vita delle persone e va giustamente colto sotto varie sfaccettature.

Per altri aspetti sarebbe bello che proprio la cultura offra opportunità lavorative più dignitose per tutti i soggetti coinvolti in questi eventi, in nome di quella capacità di analisi, di approfondimento e di critica che dovrebbe portare a fare un ragionamento sul lavoro – anche quello digitale – a 360 gradi.

Quindi anche in termini di tutele e riconoscimento dei diritti per chi offre la propria “volontarietà” (come si legge nell’annuncio, bisogna anche garantire almeno il 75% della presenza offline e online).

Basta ricordare il recente caso Carpisa per vedere come le professioni della conoscenza, più in generale, siano sinonimo di sfruttamento e di accrescimento di quell’idea – pericolosa – che fino a quando si viene pagati, anche poco e male, vada tutto per il verso giusto.

Ai diritti e alle tutele c’è sempre tempo per pensarci o aspettare che altri lo facciano.

Ma in realtà non è così. O almeno, non dovrebbe andare così.

Intelligenza artificiale, 4 aziende su 5 hanno creato lavoro

Intelligenza artificiale, 4 aziende su 5 hanno creato lavoro

Capgemini, leader mondiale nel settore della consulenza, della tecnologia e dei servizi di outsourcing, ha annunciato oggi i risultati dello studio “Turning AI into concrete value: the successful implementers’ toolkit”. La ricerca è stata condotta su circa 1.000 aziende con ricavi superiori ai 500 mila dollari che stanno implementando Intelligenza Artificiale (IA) come progetto pilota o su ampia scala.

Lo studio neutralizza i timori legati alla possibilità che l’Intelligenza Artificiale possa causare, nel breve termine, ingenti perdite di posti di lavoro – difatti, l’83% delle imprese intervistate conferma la creazione di nuove posizioni all’interno dell’azienda – e mette in luce le opportunità di crescita poste in essere dall’IA: i tre quarti delle società intervistate hanno registrato un aumento delle vendite del 10%, direttamente legato all’implementazione dell’Intelligenza Artificiale.

Creazione di nuovi posti di lavoro

La ricerca, condotta su manager provenienti da nove paesi e attivi in sette diversi settori, ha evidenziato che grazie all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, 4 imprese su 5 (83%) hanno creato nuovi posti di lavoro. Nello specifico, si tratta di posti di lavoro a livello senior, con i due terzi delle nuove assunzioni a livello manageriale o di livello superiore. Oltre i tre quinti delle imprese che hanno implementato l’IA su larga scala (63%) inoltre, affermano che non vi è stata alcuna perdita di posti di lavoro.

Insieme al trend legato alla creazione di nuovi posti di lavoro a livello manageriale, il report rivela che per molte imprese l’IA rappresenta un mezzo per diminuire lo svolgimento di attività ripetitive e di mansioni amministrative, in modo da poter generare più valore. La maggior parte degli intervistati (71%) ha avviato in maniera proattiva un efficientamento delle competenze/riqualificazione dei dipendenti così da poter trarre vantaggio dagli investimenti fatti in termini di IA. La stragrande maggioranza delle aziende che hanno implementato l’Intelligenza Artificiale su larga scala, invece, ritiene che l’IA semplificherà i lavori più complessi (89%) e che le macchine intelligenti coesisteranno con la forza lavoro all’interno dell’azienda (88%).

«L’intenzione, in sostanza, è utilizzare il capitale umano al massimo delle sue potenzialità», ha affermato Michael Natusch, Global Head per l’IA di Prudential. «Con l’Intelligenza Artificiale si riduce il tempo che in precedenza veniva impiegato per svolgere mansioni ripetitive, così da poter permettere ai dipendenti di concentrarsi su attività che generano maggiore valore, sia per le imprese che per i clienti».

Chi utilizza Intelligenza Artificiale si concentra sulla customer experience

Dallo studio è inoltre emerso che le società con particolare esperienza in ambito tecnologico stanno utilizzando l’IA per incrementare le vendite, potenziare l’operatività, facilitare l’engagement dei clienti e generare idee di business. Sembra che questa strategia stia già funzionando, dato che tre quarti delle imprese hanno già registrato un incremento delle vendite del 10%. Il focus delle imprese che utilizzano l’IA si conferma la customer experience: il 73% ritiene che l’Intelligenza Artificiale possa incrementare il grado di soddisfazione del cliente, mentre il 65% afferma che queste tecnologie possano ridurre il tasso futuro di abbandono da parte della clientela.

Mancate opportunità

Dalla ricerca si evince che molte aziende non hanno ancora allineato gli investimenti in Intelligenza Artificiale con le opportunità di business. Nelle mani degli esperti di tecnologia, le aziende tendono a dare priorità a progetti sfidanti in ambito IA, perdendo così di vista gli obiettivi più raggiungibili. Oltre la metà (58%) si concentra sulle applicazioni “need to do”, o su quei progetti ad elevata complessità/che portano maggiori vantaggi – come ad esempio gli ambiti legati al customer service. Al contrario, solo il 46% delle società sta implementando l’Intelligenza Artificiale di tipo “must do”, caratterizzata da un grado di complessità minore/elevati benefici. Se le aziende riuscissero a fronteggiare contemporaneamente questi ambiti, potrebbero registrare benefici di business più alti. Ad esempio, coloro che implementano un gran numero di casi di utilizzo “must do” sono in grado di ridurre l’abbandono della clientela in media fino al 26%.

I settori tradizionali fanno da traino

I settori tradizionali e quelli altamente regolamentati sono i più attivi in ambito Intelligenza Artificiale: il 49% delle telco, il 41% dei rivenditori al dettaglio e il 36% degli istituti bancari registrano il maggior grado di implementazione in termini di Intelligenza Artificiale su larga scala, mentre il settore automotive (26%) e quello manifatturiero registrano attualmente il livello più basso di implementazione.

Oltre ai settori, c’è un evidente contrasto tra paesi. Tra le imprese che hanno implementato l’IA, oltre la metà delle società indiane (58%) sta già utilizzano l’Intelligenza Artificiale su larga scala, con l’Australia che segue a ruota (49%). I Paesi europei, compresi Spagna (31%), Olanda (24%) e Francia (21%), ricoprono le posizioni più basse nella classifica di impiego, mentre l’Italia si posiziona al terzo posto (44%) subito dopo l’Australia e seguita dalla Germania (42%), in controtendenza rispetto ai mercati limitrofi che si rivelano ancora impreparati ad utilizzare questo tipo di tecnologia.

«L’IA ha la capacità di rivoluzionare le aziende di qualsiasi settore di mercato; il suo potenziale è ampio e illimitato», ha affermato Andrea Falleni, Amministratore Delegato di Capgemini Italia e Eastern Europe. «Tuttavia stiamo assistendo a una forte divergenza tra le imprese che implementano soluzioni di IA su scala, quelle che stanno già raccogliendo i suoi frutti e quelle che la stanno semplicemente testando».

«È inoltre piuttosto significativo il fatto che le imprese stiano concentrando i loro sforzi sui progetti di IA più complessi, perdendo di vista quelli più semplici, che potrebbero portare a benefici più rapidi. Le società, specialmente quelle che non hanno ancora implementato l’IA su scala, dovrebbero concentrarsi su quei progetti meno complessi e ad alto beneficio per sfruttare abilmente e più velocemente il potere dell’IA».

Come avviare l’implementazione della Intelligenza Artificiale

Le aziende che cercano di sfruttare le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale dovranno fronteggiare una serie di sfide e dovranno avere una chiara visione degli ambiti in cui l’IA può generare benefici più duratori, sia per il business che per i clienti. Il report si conclude delineando una serie di passaggi essenziali per dare il via all’implementazione dell’Intelligenza Artificiale, tra i quali:

  • Gestire le principali sfide poste dalla tecnologia e dalle persone
  • Individuare le aree in cui l’IA può creare vantaggi maggiori e a lungo termine
  • Combinare visione top-down e esecuzione bottom-up
  • Preparare l’azienda

Clicca qui per scaricare una copia del report.

Metodologia dello studio

La ricerca del Digital Transformation Institute di Capgemini offre un quadro generale sulle opportunità e sui benefici che l’intelligenza artificiale può apportare alle imprese. Il report include il parere di 993 intervistati provenienti da nove Paesi: Australia, Francia, Germania, India, Italia, Olanda, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti. Tra i partecipanti allo studio troviamo manager dell’area Intelligenza Artificiale (senior manager o con qualifica superiore) di multinazionali, startup e vendor di sette diversi settori industriali: automotive, bancario, assicurativo, manifatturiero, telecomunicazioni, retail e utility. Le società intervistate hanno tutte ricavi pari o superiori ai 500 milioni di dollari. La ricerca è stata condotta tra marzo e giugno 2017.

Linguaggi di programmazione: la top ten 2017 secondo l’IEEE

Linguaggi di programmazione: la top ten 2017 secondo l’IEEE

Una domanda comune tra chi vuole lavorare nel mondo informatico è sicuramente «Quali linguaggi di programmazione bisogna studiare per diventare sviluppatore?».

Una risposta è fornita dall’IEEE, acronimo di Institute of Electrical and Electronic Engineers (in italiano, Istituto degli ingegneri elettrici ed elettronici), associazione internazionale di scienziati professionisti con l’obiettivo della promozione delle scienze tecnologiche.

La quarta classifica interattiva fornita da IEEE Spectrum è il frutto delle indicazioni date dai lettori del magazine dell’associazione.

Il punteggio su 48 linguaggi di programmazione è dato dal mix di 12 metriche rilevate da 10 risorse online relative ai linguaggi emergenti, quello che i datori di lavoro stanno cercando, e i trend più importanti nel mondo open source.

I linguaggi di programmazione migliori secondo il lettore di Spectrum

Python è il linguaggio di programmazione migliore secondo l’analisi dei dati fatti dal data journalist Nick Diakopoulos e Stephen Cass.

Linguaggi di programmazione: la top ten secondo IEEE
Linguaggi di programmazione: la top ten secondo IEEE

Insieme a C, Java e C++, resta tra i più popolari anche se C è avanti Python con un buon margine per quanto riguarda le richieste delle società di recruiting.

C# è rientrato nelle prime cinque posizioni, prendendo il posto di R dello scorso anno. Invece Ruby è crollato al 12 posto, dando spazio al linguaggio Swift di Apple (entrato in graduatoria solo due anni fa) e a Go di Google.

Un dato interessante è che per due anni consecutivi non si registra l’ingresso di nuovi linguaggi di programmazione.

Sembra ci sia un momento di consolidamento nella programmazione e che i programmatori stiano apprendendo l’uso degli strumenti nati con l’esplosione del cloud, mobile e dei big data.

Per quanto riguarda i linguaggi di programmazione “classici”, Fortran è presente ancora in mezzo alla classifica posizionandosi al 28° posto.

Lisp si piazza al 35° posto e Cobol si aggrappa al 40°: segno chiaro che nonostante siano linguaggi con decenni alle spalle, suscitino ancora un certo interesse.

Per quanto riguarda i progetti open source, dove secondo gli analisti ci si aspetta una polarizzazione tra i nuovi progetti e i sistemi informatici vecchi di decenni, si può notare l’ingresso nella top ten dell’HTML.

Qui, Spectrum fa la dovuta precisazione sull’eterna protesta che si può riassumere nella frase “HTML non è un linguaggio di programmazione, è solo un markup”.

Il magazine di IEEE l’ha inserito nella classifica poiché l’HTML viene usato dagli sviluppatori per inviare istruzioni al computer per fare determinate azioni.

Se siete interessati alle risorse gratuite per imparare i linguaggi di programmazione, ecco un altro link utile con tutto ciò che vi serve per iniziare (o approfondire) la conoscenza del mondo dello sviluppo informatico.

Programmazione informatica: +500 libri gratis

Programmazione informatica: +500 libri gratis

Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi ultimi anni sulla programmazione informatica è che non esiste un linguaggio di programmazione – come si suol dire - per tutte le stagioni. I motivi sono diversi e non è questo il momento di elencarli. Tuttavia, seguendo le discussioni di programmatori...

Angelo Cerrone - Digital Media Specialist

Angelo Cerrone – Digital Media Specialist

Angelo Cerrone, 31 anni, vive a Campagna, piccolo Comune della Provincia di Salerno. Laureato con il massimo dei voti e relativa lode in Comunicazione di impresa, da circa quattro anni si occupa di marketing per imprese e liberi professionisti. All’inizio della sua attività professionale si era esclusivamente focalizzato sulle classiche...

Gig economy in Italia: cosa fare dopo il Deliverance Strike Mass?

Gig economy in Italia: cosa fare dopo il Deliverance Strike Mass?

Abbiamo partecipato alla Deliverance Strike Mass di sabato 15 luglio a Milano organizzata da Deliverance Milano, gruppo di rider e precari autorganizzati e autonomi del capoluogo lombardo.

Alcune riflessioni sull’evento (e non solo) potrebbero essere utili per alimentare il dibattito sulla gig economy in Italia.

L’evento, i numeri, i media

L’iniziativa ha visto come punto di partenza e di arrivo Piazza XXIV maggio a Milano, il cuore – a detta degli organizzatori – della città che nei decenni passati protestava per avere più diritti sul lavoro e che oggi invece sembra abbia subito una trasformazione radicale.

La piazza è oggi anche uno dei punti di ritrovo dei rider della gig economy a Milano. Uno di quei posti dove i fattorini attendono la notifica della propria app per arrivare nei ristoranti/pizzerie/farmacie, prendere la consegna e portarla al consumatore.

Se dovessimo guardare solo alla partecipazione numerica dei rider alla Deliverance Strike Mass, potremmo dire che non è andata molto bene.

Consideriamo inoltre l’aggiunta di un gruppetto di rider provenienti da Torino (cioè, alcuni di quelli che hanno cominciato le proteste lo scorso novembre con Foodora e oggi passati a Deliveroo) e alcuni simpatizzanti, ad occhio sono arrivati a un totale di circa 50-60 persone nel momento di picco della manifestazione che si è avuto durante la fase iniziale della biciclettata.

La partecipazione è stata sicuramente inferiore alle attese.

Ricordiamo che la manifestazione riguardava tutti i fattorini delle principali app del mondo delivery in Italia: Foodora, Deliveroo, Just Eat, Glovo e Uber Eats.

Tuttavia, bisogna notare come gli organizzatori abbiano ridato vita alla protesta dei lavoratori delle consegne a domicilio, dopo che lo scorso autunno a Milano, proprio i rider torinesi di Foodora provarono a coinvolgere i colleghi del capoluogo lombardo ma senza grossa fortuna.

In tutto ciò, bisogna anche aggiungere l’aspetto mediatico che ha già giocato in questi ultimi mesi un ruolo importante.

Sappiamo che la bolla è scoppiata grazie al caso Foodora l’anno scorso. Da lì in poi si è creato un dibattito pubblico altalenante sulla gig economy – tra video inchieste, eventi, articoli di giornale – che probabilmente ha giocato a favore anche dell’iniziativa organizzata dal gruppo Deliverance a Milano il 15 luglio.

Nonostante ciò, e probabilmente anche a causa delle comunicazioni aziendali fatte ai rider prima dell’iniziativa, si poteva ottenere un maggior coinvolgimento.

I sindacati, la politica e i fattorini della gig economy

Forse è la parte più delicata e complessa del tema. Alla manifestazione hanno partecipato – senza bandiere, spille o simboli vari – (oltre a noi) anche alcuni sindacati di base e dei rappresentanti politici milanesi di sinistra.

Sarebbe interessante capire oggi quanto siano vicini al movimento Deliverance Milano. Quando iniziarono le proteste dei rider di Foodora nel novembre 2016, i SI Cobas furono accanto ai fattorini per cercare di assisterli e organizzare un incontro con l’azienda che si rifiutò di parlare con la rappresentanza sindacale.

Sembra comunque anche oggi – a distanza di mesi e senza grossi risultati nonostante il rumore mediatico – difficile avere un dialogo tra i rider e i sindacati tradizionali.

Vuoi la crisi generale di rappresentanza sia politica sia dei corpi intermedi, vuoi un certo racconto del mondo dell’economia dei “lavoretti” che non aiuta il dialogo, sarà difficile trovare uno spazio di confronto se non ci si apre in maniera schietta l’un l’altro.

Deliverance Milano ha annunciato un’assemblea pubblicata per settembre. Sarà l’occasione per condividere le buone intenzioni che animano rider, sindacati e politica aldilà delle sigle e delle bandiere?

Si potrà lavorare in un’ottica partecipativa prendendo esempio dai paesi scandinavi dove parti sociali, governi e imprese sono seduti attorno a un tavolo per disegnare le politiche delle piattaforme di lavoro online?

D’altronde, volendo fare qualche domanda un po’ più precisa, sarebbe interessante capire: a chi appartiene la società DS XXXVI Italy S.r.l.? Quale CCNL applica ai suoi dipendenti? A quali sindacati ha scritto eventuali comunicazioni sulla rappresentanza dei lavoratori?

Qualora ci fossero i presupposti per applicare il CCNL del terziario o stabilire un accordo economico collettivo ad hoc per i rider di una o più società di delivery, si potrebbe pensare di fare parte (attiva) dei sindacati che hanno firmato il suddetto contratto collettivo per rivendicare i propri diritti per un lavoro (non lavoretto) che merita le giuste tutele.

Riflessioni sul futuro della gig economy in Italia

Resta ancora difficile tracciare un percorso preciso sulla gig economy in Italia.

Un aspetto positivo è sicuramente l’interesse crescente da parte delle istituzioni a livello europeo e nazionale, dei sindacati e dei lavoratori.

Le note dolenti sono legate sempre ai numeri: nonostante l’interesse in aumento sul tema, sono ancora poche le persone consapevoli del fenomeno della gig economy. La partecipazione alla Deliverance Strike Mass è un esempio lampante.

Forse i lavoratori della gig economy non sono consapevoli di far parte di questo fenomeno, forse vige il ragionamento “l’importante è che mi paghino”.  Tutto il resto non conta.

Come spesso accade oggi – in tempi di disintermediazione – sono solo pochi quelli che animati da uno spirito critico si lanciano in proteste contro determinati nuovi modelli di business.

Ci può essere anche il rischio concreto che sia una discussione per “addetti ai lavori” tra accademici, sindacalisti e legislatori mentre fuori il mercato crea e distrugge il lavoro in tempi così rapidi che trovare soluzioni diventa un mero esercizio di stile?

Trovare una soluzione unica è in sostanza impossibile. Ogni piattaforma ha la sua storia, il suo algoritmo, le sue dinamiche lavorative.

Se da un lato abbiamo già alcune proposte pratiche (le app come agenzie di intermediazione di lavoro, la Carta di Francoforte, il Jobs App, l’interrogazione parlamentare di Giovanni Paglia di Sinistra Italiana), dall’altro la definizione di una norma sembra ancora lontana.

Volendo guardare al modello sindacale nordico, sarebbe interessante valutare anche l’ipotesi di un tavolo formato da governo, parti sociali e consumatori che definisca un set di norme ombrello che possano essere applicate a tutte le piattaforme di lavoro online e poi stipulare singoli accordi per ogni applicazione così da definire i confini normativi ed economici.

Qualcuno obietterà che si deve regolare a livello europeo. Obiezione giusta, per carità.

La Commissione europea – con una circolare di giugno 2016 – ha comunque demandato ai singoli Paesi di legiferare sulla sharing economy, per esempio.

Sempre la Commissione europea e anche il Parlamento europeo hanno dimostrato interesse sulla gig economy con la produzione di alcuni documenti (Il pilastro europeo dei diritti sociali e la risoluzione parlamentare sull’economia collaborativa, per esempio).

Come dire, le intenzioni sono buone ma bisogna cercare di passare ai fatti il prima possibile.

In ultimo – ma non per ordine di importanza – è necessario precisare una cosa fondamentale per il futuro della gig economy.

Sicuramente i casi Foodora, Deliveroo, Uber e via dicendo sono al centro del dibattito mediatico e ci può stare.

Sono dei lavori che pongono la fisicità al centro. Chi non ha mai fatto caso ai quei giovani (e meno giovani) sfrecciare con quei cubi più o meno colorati sulle spalle nelle vie di diverse città italiane?

Tuttavia, affinché si possa fare un lavoro completo di regolazione della gig economy, bisogna andare oltre. Esistono piattaforme per i lavori più svariati (dal lavoro domestico all’informatica, dal design alla ristorazione, per dirne solo alcune) che hanno già migliaia di iscritti in Italia.

Bisogna pensare anche alle tutele di questi lavoratori e fare un ragionamento più ampio rispetto al solo mondo del delivery.

In questo caso sì che bisogna pedalare!


Per chi lavora nel mondo della gig economy in Italia, è sempre attivo il nostro osservatorio sulle piattaforme di lavoro online. Un breve questionario da compilare in pochi minuti raggiungibile tramite questo link.

Intelligenza artificiale: 11 raccomandazioni del CESE

Intelligenza artificiale: 11 raccomandazioni del CESE

L'intelligenza artificiale – come altri settori dell’informatica – sta portando importanti novità e rapidi cambiamenti nella società attuale. Il sindacato entra nel vivo del dibattito dell’intelligenza artificiale tramite il CESE (Comitato economico e sociale europeo) e un parere dal titolo “L'intelligenza artificiale – Le ricadute dell'intelligenza artificiale sul mercato unico...

Professionisti IT in Europa: entro il 2020 ne mancheranno 220 mila

Professionisti IT in Europa: entro il 2020 ne mancheranno 220 mila

L’impiego di specialisti ICT è cresciuto di circa di 2 milioni di persone in Europa negli ultimi 10 anni ma l’Unione Europea sta affrontando una mancanza di 370mila professionisti nel 2016 che potrebbe aumentare fino a 500mila nel 2020 visto che la domanda di professionisti ICT con competenze di alto profilo eccede l’offerta negli anni a venire.

Il lavoro di ricerca svolto da Capgemini si concentra su un sottogruppo di professionisti IT – chiamati “core IT profession”. Escludendo quindi le professioni relative alla comunicazione, la “C” dell’ICT, insomma.

I professionisti IT considerati nella ricerca seguono i codici di classificazione ISCO-08:

  • 1330: ICT service managers;
  • 2511 Systems analysts;
  • 2512 Software developers;
  • 2513 Web and multimedia developers;
  • 2514 Application programmers;
  • 2519 Software and multimedia developers and analysts not elsewhere classified;
  • 2521 Database designers and administrators;
  • 2522 Systems administrators;
  • 2523 Computer network professionals;
  • 2529 Database and network professionals not elsewhere classified; ICT operations technicians;
  • 3512 ICT user support technicians;
  • 3513 Computer network and systems technicians;
  • 3514 Web technicians

Questa indagine offre una panoramica della domanda e dell’offerta delle competenze digitali IT, in linea con la creazione di un quadro europeo delle professionalità IT.

L’indagine mostra come il gap di competenze in Europa stia crescendo leggermente dal 3,2% nel 2015 al 3,5% nel 2020 (uguagliando una mancanza di circa 220mila professionisti IT “Core”) con punte maggiori in Germania (5,5%) e Francia (7%).

Sono molti i Paesi nel mondo che si stanno impegnando nell’aumentare il numero di informatici professionisti. Gli Stati Uniti d’America mostrano un simile percorso a quello europeo con un divario di competenze crescente tra lo 0,7% e il 3,7% nel 2020.

Il Canada ha un leggero calo del divario: dal 7% al 6,8% nel 2020. Il Giappone non sembra avere un grosso gap di competenze ma potrebbe cambiare in maniera significativa nei prossimi anni.

La quantità di professionisti IT non è sicuramente la sola sfida. È altrettanto importante la qualità.

Vista la centralità dell’informatica e dell’IT in generale all’interno della nostra economia e della società, bisogna considerare le tante opportunità e le nuove sfide.

Temi come l’insufficiente percezione pubblica della formazione ICT, lavoro e carriere, l’aumento della criminalità informatica, le vulnerabilità software e i fallimenti dei progetti IT sono stimoli per agire subito.

La proposta di creazione di un framework europeo per le professionalità IT si basa su un importante lavoro precedente a livello nazionale e internazionale. Si basa sull’e-CF (European e-Competence Framework) sviluppato dal CEN (Comitato Europeo di Normazione) che è uno standard dal 2016.

Il quadro di riferimento proposto include non solo le competenze IT (come descritte nell’e-CF), ma anche altri riferimenti importanti: un “Body of Knowledge” di base, certificazioni e qualifiche formative, linee guide etiche. Circa 1000 esperti da tutta Europa, USA, Giappone e Canada sono stati coinvolti e hanno contribuito a questa proposta.

IBM, o lavori in ufficio o ti licenzi

IBM, o lavori in ufficio o ti licenzi

Mentre a Milano si svolge la settimana del lavoro agile, IBM ha posto i suoi migliaia di dipendenti da remoto statunitensi davanti a un bivio: lasciare il proprio lavoro da casa e ricollocarsi in un ufficio regionale oppure lasciare l’azienda.

La International Business Machines sta smantellando il suo famoso e decennale programma di lavoro da remoto per riportare i propri dipendenti negli uffici. Secondo il colosso tecnologico migliorerà la collaborazione accelerando il lavoro.

IBM non dirà come questo cambio di politica colpirà i 380mila lavoratori. La manovra ha già colpito le divisioni Watson, sviluppo software, marketing digitale e design che impiegano decine di migliaia di lavoratori.

Una scelta sorprendente dato che l’azienda ha sempre sostenuto tramite la ricerca e il motto della forza lavoro “anytime, anywhere”.

In passato, IBM si è sempre vantata del suo +40% di impiegati a lavoro fuori dagli uffici aziendali.

Secondo Laurie Friedman, portavoce dell’azienda, i leader di IBM vogliono da adesso che gli impiegati lavorino diversamente.

“L’impresa – continua la Friedman – ha ricostruito i team del design e del marketing digitale per rispondere velocemente ai dati in tempo reale e ai feedback della clientela. Le collaborazioni si avviano più facilmente quando i team lavorano fianco a fianco. Inoltre, la grande maggioranza dei telelavoratori di IBM ha scelto di lavorare in team con persone in carne e ossa”.

I dipendenti coinvolti da questa decisione dovranno scegliere entro 30 giorni se correre il rischio di andare a lavorare a centinaia di chilometri da casa.

Per esempio, ad alcuni (per i dipendenti del reparto marketing sono stati invitati a lavorare negli uffici di Atlanta, Austin, Boston, New York o San Francisco) è stata data la possibilità di scegliere un altro ruolo all’interno di IBM entro 90 giorni.

“Le aziende hanno cominciato a offrire generosi incentivi per il lavoro remoto perché immaginavano grossi risparmi sugli uffici e gli affitti – dice Jennifer Glass, docente dell’Università del Texas che studia telelavoro e strategie aziendali per il lavoro remoto. Questi risparmi non si sono materializzati, così i lavoratori sono stati richiamati in ufficio”.

IBM dichiara che il piano di co-locazione non è una misura di risparmio dei costi. Miss Friedman spiega come gli impiegati che non posso aderire al progetto possono candidarsi per gli oltre 5mila lavori disponibili negli Stati Uniti di America.

Sembra proprio un messaggio di anticamera per un licenziamento, dato che una parte dei lavoratori non avrà la possibilità di ricollocarsi.

Sebbene IBM si offre di pagare lo spostamento e aumentare lo stipendio per coprire una parte dei costi di vita, Miss Schlyer ha rifiutato: “Non potrò mai permettermi di vivere a New York City e probabilmente nemmeno lì vicino”.

Tuttavia ha trovato un nuovo lavoro per SA Ignite – una società di sviluppo software di Chicago – come responsabile del marketing di prodotto. Il suo ufficio così non cambierà, resterà ancora la sua camera da letto.