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Michel Murabito - Developer

Michel Murabito – Developer

Michel Murabito (tutti però lo chiamano Mich) ha 32 anni ed è nato a Torino, cresciuto in Sicilia e residente a Milano. Il suo motto è «Never Hesitate» e negli ultimi 18 anni ha studiato programmazione in diversi modi e per diversi ambiti. Gli piace definirsi Sviluppatore Web di giorno e aspirante...

Tecnologie digitali, centrale il ruolo di genitori e insegnanti

Tecnologie digitali, centrale il ruolo di genitori e insegnanti

Programma il Futuro”, il progetto realizzato dal CINI – il consorzio delle università italiane che insegnano e fanno ricerca in informatica – in collaborazione con il MIUR, per diffondere nelle scuole le basi scientifiche dell’informatica (il cosiddetto pensiero computazionale), ha realizzato un’indagine dedicata all’uso consapevole delle tecnologie digitali.

Le risposte al questionario, curato dal Centro Ricerche Themis, sono pervenute da un campione di 2.422 insegnanti di ogni ordine di scuola, dall’infanzia alla secondaria di secondo grado, con una larga rappresentanza della primaria (59,08% dei partecipanti), evidenziano risultati molto interessanti.

L’influenza delle “cattive compagnie” rispetto ad un uso consapevole delle tecnologie digitali appare meno dannosa di quanto si potrebbe pensare, dal momento che gli insegnanti ritengono l’influenza di amici/compagni positiva per il 42,5%, neutra per il 25,5% e negativa per il 19,8%. Per indirizzare i ragazzi ad un uso più meditato, risulta invece fondamentale il ruolo di insegnanti e genitori.

L’indagine rileva che le tecnologie digitali vengono usate dagli studenti principalmente per giocare (83,9%), comunicare/condividere con amici/compagni (56,9%), sentire/vedere/scaricare musica (44,7%) e solo da una minoranza degli studenti, il 16,9%, per informarsi.

Un dato critico, indicato dal 43% del campione, è invece la scarsa consapevolezza dei rischi ai quali gli studenti sono esposti con l’uso delle tecnologie on line (bullismo, molestie, truffe, ecc.).

Lo studio rileva anche la forte richiesta di incentivare le iniziative volte a favorire la consapevolezza: l’87% considera utili le lezioni di Programma il Futuro – per capire “come funzionano le tecnologie” – e ben il 92,2% del campione auspica ulteriori lezioni di approfondimento.

Per facilitare un uso consapevole delle tecnologie il 73,1% degli insegnanti ritiene necessaria “la conoscenza dei rischi legati al loro uso”, seguita dalla “capacità di usarle efficacemente” (48,4% degli intervistati), dal “senso di responsabilità” (46,4%) e dalla “conoscenza di come funzionano le tecnologie” (45%). Ed è su questa direzione che il progetto svilupperà specifiche attività, coniugando la programmazione (coding) con la consapevolezza digitale, per preparare cittadini sempre più informati e competenti.

Approfondimenti e ulteriori dati saranno disponibili nel prossimo rapporto di monitoraggio del progetto, che continua a crescere in termini di partecipazione. Dalla sua nascita (2014) ad oggi Programma il Futuro ha coinvolto oltre 100.000 classi e circa 30.000 insegnanti, ed ha permesso lo svolgimento di 22 milioni di ore di informatica nel solo periodo da settembre 2017 ad oggi.

Programma il Futuro è finanziato da alcuni partner privati sensibili alla crescita digitale del Paese e che a vari livelli forniscono le risorse necessarie. Sono benefattori classic: Engineering, TIM. Sono donatori classic: CA Technologies, De Agostini Scuola, SeeWeb. Inoltre, è attiva una campagna pubblica di raccolta fondi sostieni.programmailfuturo.it che permette a tutti i cittadini di contribuire all’iniziativa.

Per maggiori informazioni sul progetto “Programma il futuro”, clicca qui.

Voucher digitalizzazione, come funziona?

Voucher digitalizzazione, come funziona?

A partire dalle ore 10.00 del prossimo 30 gennaio 2018, micro, piccole e medie imprese potranno inviare le istanze per richiedere i voucher digitalizzazione.

L’importo del voucher digitalizzazione non dovrà essere superiore a 10 mila euro.

Gli acquisti potranno essere relativi a hardware, software e servizi specialistici per digitalizzare i processi aziendali e favorire l’ammodernamento tecnologico.

I nuovi acquisti, secondo quanto stabilito dalla legge sull’agevolazione, dovranno essere fatti dopo aver prenotato i voucher.

Ciò che è stato acquistato deve permettere di:

  • migliorare l’efficienza aziendale;
  • modernizzare l’organizzazione del lavoro, mediante l’utilizzo di strumenti tecnologici e forme di flessibilità del lavoro, tra cui il telelavoro;
  • sviluppare soluzioni di e-commerce;
  • fruire della connettività a banda larga e ultralarga o del collegamento alla rete internet mediante la tecnologia satellitare;
  • realizzare interventi di formazione qualificata del personale nel campo ICT.

L’importo del voucher digitalizzazione, comunque non superiore a 10 mila euro, può coprire al massimo il 50% del totale delle spese ammissibili.

La scadenza per la presentazione delle domande verrà chiusa alle ore 17.00 del 9 febbraio 2018. Già dal 15 gennaio 2018 sarà possibile accedere alla procedura informatica e compilare la domanda nella sezione “Voucher digitalizzazione” del sito web del Ministero dello Sviluppo Economico.

Tutte le imprese ammissibili alle agevolazioni concorrono al riparto, senza alcuna priorità connessa al momento della presentazione della domanda.

Sul sito del MISE sono pubblicate le FAQ relative all’agevolazione.

Ora si vieta l’ingresso ai fattorini della gig economy

Ora si vieta l’ingresso ai fattorini della gig economy

Partecipando all’ultima manifestazione dei fattorini della gig economy a Milano che si è tenuta davanti la sede di Deliveroo l’1 dicembre, abbiamo avuto modo di incontrare pure un lavoratore che ci ha raccontato un curioso particolare di un locale milanese.

In pratica, i proprietari di questo locale in una zona pressoché centrale del capoluogo lombardo hanno affisso un cartello all’ingresso dell’esercizio pubblico con la scritta “Vietato l’ingresso ai «runner»” e sotto alcuni nomi delle principali società-app che svolgono il servizio di consegna a domicilio del cibo.

Accanto a questo, un altro cartello con una freccia verso sinistra e una semplice scritta accanto: «riders».

Dapprima sbalorditi di come si potesse arrivare a tanto (si è passati dal “divieto di ingresso ai cani” a quello dei lavoratori), abbiamo voluto fare una ricerca del cartello incriminato per le vie di Milano.

Quella che vedete è la foto che abbiamo scattato (niente fotomontaggi da fake news, eh!) proprio qualche sera fa.

Sorgono spontanee alcune domande e riflessioni dopo aver visto tale annuncio:

  • Se è vero che le parole sono importanti, non sarebbe opportuno fare un cartello un po’ più accogliente e rispettoso del lavoro svolto dai fattorini della gig economy? Magari un “Per i fattorini delle app, l’ingresso è quello della porta accanto”?
  • Poi, una volta li chiamate runner, un’altra volta rider: anche questo aspetto denota poca sensibilità e conoscenza di un fenomeno come la gig economy e del rapporto con chi ci lavora.
  • Se vi piace il servizio di consegna, perché mortificare in questo modo chi lavora per voi? A questo punto, perché non fare una consegna a domicilio in proprio?
  • Questa “guerra tra poveri” sicuramente non fa bene a un clima già in parte teso dove la gig economy è vista come un “male necessario” per fare affari piuttosto che trovare insieme una soluzione per un lavoro dignitoso.

Tuttavia, parlando pochi giorni fa con una lavoratrice di Deliveroo di Roma e commentando proprio questo cartello, ci ha detto che la società britannica di delivery food invita la propria flotta di fattorini a segnalare casi di “maltrattamento” (a quanto pare anche nella capitale ci sono alcuni casi simili, anche solamente verbali) da parte delle attività commerciali che usufruiscono del servizio digitale.

Certo, non sappiamo se poi ci saranno ripercussioni reali o tirate di orecchie ai titolari dei locali tuttavia in qualche modo Deliveroo cerca di sopperire all’imbarbarimento della ristorazione e dei pubblici esercizi.

Situazioni del genere (a detta del lavoratore che abbiamo incontrato, ci sono altre attività milanesi che anche a parole maltrattano i fattorini della gig economy) sono segnali ancora una volta chiari e inequivocabili che qualcosa va fatto per normare questa parte dell’economia digitale.

Intanto, per chi volesse contribuire al nostro osservatorio sulla gig economy in Italia, è disponibile il questionario online da compilare e condividere con chi lavora sulle piattaforme online.

Per chi volesse invece sentire le parole del rider che abbiamo incontrato, ecco il video.

Il crowdfunding civico per la crescita della società digitale

Il crowdfunding civico per la crescita della società digitale

Al via la campagna di crowdfunding civico sostieni.programmailfuturo.it nata per rafforzare “Programma il Futuro”, il progetto realizzato dal CINI – il consorzio delle università italiane che insegnano e fanno ricerca in informatica – in accordo col MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) per diffondere nelle scuole le basi scientifiche della società digitale.

Dal 2014 ad oggi il progetto ha coinvolto complessivamente oltre 30.000 insegnanti, che hanno guidato più di 2 milioni di studenti a svolgere nelle scuole mediamente 14 ore di informatica a testa, contribuendo allo sviluppo della cultura digitale.

Questa iniziativa di “crowdfunding civico” (con hashtag dedicato #DONAunaLINEAdiCODICE) nasce per espandere ulteriormente un’attività indispensabile a far sì che ragazze e ragazzi siano protagonisti e creatori del proprio futuro digitale e non consumatori passivi. Programma il Futuro ha reso disponibile alle scuole italiane molti contenuti e servizi per favorire l’insegnamento dell’informatica, ma è necessario fare ancora di più. Il futuro digitale è oggi ed è importante preparare cittadini e lavoratori competenti con il coinvolgimento di tutti: persone, aziende e istituzioni.

Particolarità della campagna è il video interamente auto-prodotto, a conferma del fatto che con l’informatica l’unico limite è la propria immaginazione.

Sostengono il progetto alcune importanti realtà aziendali del Paese impegnate attivamente a vari livelli per supportare la crescita culturale e lo sviluppo della società italiana. Sono benefattori classic: Engineering, TIM. Sono donatori classic: CA Technologies, De Agostini Scuola, SeeWeb. Il nuovo programma di partenariato inoltre mira a favorire la partecipazione delle piccole e medie aziende.

Anche Hadi Partovi, fondatore e CEO di Code.org, testimonia il suo pieno appoggio all’iniziativa e considera Programma il Futuro uno dei suoi più importanti partner internazionali.

La raccolta fondi è gestita dall’Associazione di Promozione Sociale “APS Programma il Futuro” per conto del CINI ed è ospitata dalla piattaforma TIM WithYouWeDo.

Data Scientist: il Giuramento per chi fa gli algoritmi

Data Scientist: il Giuramento per chi fa gli algoritmi

La figura del Data Scientist – in estrema sintesi, chi ha le competenze necessarie per analizzare ed interpretare i Big Data – assume un ruolo centrale nella definizione dei modelli di business delle aziende.

Soprattutto se le aziende hanno la possibilità di investire per trasformare la propria attività verso quei famosi processi di digitalizzazione tanto discussi in questi anni.

A maggior ragione, se da un lato gli algoritmi “giusti” su cui si basano sempre più le attività online sono fondamentali per fare profitti, dall’altro sarà decisivo capire cosa fare anche dal punto di vista dell’etica professionale.

Sono sempre più gli ambiti di lavoro (e non solo) in cui i modelli matematici definiscono il destino di molte decisioni imprenditoriali.

Dalla selezione del personale ai finanziamenti bancari, dalla sicurezza nazionale alla salute, passando per i luoghi di lavoro, i social network e i motori di ricerca, ormai non esiste software che non riesca a gestire quantità di dati enormi in tempi davvero da record rispetto al lavoro umano.

Ok, ma a quale prezzo?

Per provare a iniziare a disciplinare il ruolo dei Data Scientist, sarebbe opportuno fissare delle regole sulla gestione non tanto del Data Scientist quanto degli algoritmi utili per fare impresa o gestire parte delle nostre vite.

Un esempio concreto esiste, in tal senso. Dopo la crisi finanziaria del 2008, Emanuel Derman e Paul Wilmott, due ingegneri finanziari statunitensi, nel 2009 hanno scritto una sorta di Giuramento di Ippocrate per i Data Scientist con i seguenti impegni:

  • Mi ricorderò che non ho fatto io il mondo, e che non soddisfa le mie equazioni.
  • Pur utilizzando i modelli in maniera spregiudicata per stimare il valore, non mi lascerò troppo impressionare dalla matematica.
  • Non sacrificherò mai la realtà all’eleganza senza spiegarne le ragioni.
  • Né darò alle persone che utilizzano il mio modello false rassicurazioni circa la sua accuratezza. Al contrario, renderò espliciti i presupposti su cui si basa e i suoi errori.
  • Prendo atto che il mio lavoro potrebbe produrre effetti dirompenti sulla società e l’economia, molti dei quali vanno oltre la mia comprensione.

È vero che l’Italia – e l’Europa più in generale – ha delle norme sull’utilizzo dei dati (online e offline) più rigide rispetto a Paesi come gli Stati Uniti d’America, dove, nonostante alcune leggi restrittive, i pericoli di discriminazione, di ingiustizie e di disuguaglianze tramite algoritmi sono sempre dietro l’angolo.

Tuttavia, si impone una riflessione almeno sulla tenuta dei dati da parte delle aziende, sulla portabilità di tali dati da una piattaforma all’altra, sulla possibilità dei singoli utenti del web di poter intervenire per modificarli, sulla collocazione geografica dei server che li gestiscono.

Ci sarà sempre più bisogno di rendere più giusto un algoritmo, aldilà della provenienza, con un costante monitoraggio e miglioramento per evitare che i proxy data – i dati vicarianti, approssimativi o inadeguati usati se un dato manca – influiscano negativamente sulla vita delle persone.

Il full stack developer (non) esiste

Il full stack developer (non) esiste

C’è una figura professionale nel mondo della programmazione informatica che spesso viene immaginata come un mito: il full stack developer.

Il full stack developer, in estrema sintesi, è uno sviluppatore che ha competenze di programmazione sia lato frontend (User Experience inclusa), sia lato backend.

Secondo alcuni, il full stack developer è un programmatore che sa sviluppare codice frontend perché deve farlo ed è “facile”.

È probabile che ci sia anche un po’ di confusione di ruoli su ciò che fa il designer frontend e dove venga inserito in un processo di sviluppo.

Soprattutto per chi è alle prime armi nel mondo della programmazione o per un ufficio risorse umane non sempre in linea con l’evoluzione del mondo informatico.

La linea di confine tra design e progettazione è spesso data dall’equazione designer=persone che producono immagini statiche di progettazione e sviluppo=persone che scrivono codice.

Lo sviluppo frontend spesso viene inserito nello sviluppo complessivo di un progetto perché in fondo è codice dal punto di vista tecnico.

Così il codice UI – cioè, di interfaccia con l’utente – diventa un altro compito da affrontare per i sempre impegnati sviluppatori e siccome HTML e CSS non sono linguaggi di programmazione vengono trattati come lavoro “semplice” senza le dovute attenzioni.

Se non è sempre così nella realtà, bisogna comprendere che le attività di frontend sono una parte centrale della creazione e del processo di sviluppo: creare UI che siano responsive, accessibili, compatibili, resilienti e dalle ottime prestazioni è un lavoro complesso.

Ora, è chiaro che se vediamo il full stack developer dal punto di vista aziendale ci si può orientare verso un ragionamento che punti sui costi e sulla dimensione delle imprese.

Sarà più facile avere qualcuno che si occupi di sviluppo frontend, design e programmazione backend nelle piccole e medie imprese e più figure dedicate alle varie parti dello sviluppo e della progettazione (mettiamoci pure un project manager, magari ex full stack developer!) nelle aziende di grosse dimensioni con tutto ciò che ne consegue in termini di retribuzione, orari e carichi di lavoro, reperibilità e via dicendo.

Ci possono essere anche delle alternative: “l’affitto” di uno sviluppatore ad hoc per determinati progetti – magari di media o lunga durata – tramite agenzia interinale o con una collaborazione a partita IVA oppure, guardando ai nuovi trend del mercato del lavoro, affidarsi al crowd working, alla “folla” di informatici che attendono davanti al proprio pc o dispositivo mobile che qualche committente pubblichi l’annuncio di lavoro sulle piattaforme della gig economy e fare una battaglia al ribasso per ottenere la commissione.

Per chi mira a raggiungere la fama mitologica del full stack developer allora può valere l’immagine seguente: costruire una buona base (la conoscenza delle scienze informatiche e delle famose soft skills) per puntare all’altezza (specializzarsi su pochi ambiti – ma buoni! – di programmazione informatica).

Cosa ne pensate? Scrivete la vostra opinione qui sotto.

Aggiornamento

Un utente di un gruppo Facebook di programmatori ha voluto fare alcune precisazioni dopo aver letto il nostro articolo. Ecco il link a Miti e leggende: Full Stack Developer

Commissione Europea e sindacati insieme per regolare la gig economy

Commissione Europea e sindacati insieme per regolare la gig economy

La Commissione Europea prosegue la discussione con i sindacati e le associazioni datoriali a livello europeo su come modernizzare le regole dei contratti di lavoro, così da renderli più giusti e conosciuti a tutti i tipi di lavoratori.

L’iniziativa – che fa andare avanti il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali – mira a creare una convergenza tra gli Stati Membri verso delle condizioni migliori di vita e di lavoro.

L’idea della Commissione è di allargare il parametro di attuazione dell’attuale Direttiva europea sui contratti (la cosiddetta Written Statement Directive) a tutte le forme di impiego, come i lavoratori a chiamata, voucher e i lavoratori della gig economy o su piattaforme online.

I sindacati potranno contribuire con un proprio documento entro il 3 novembre 2017. La Commissione europea vuole presentare una proposta di legge entro la fine dell’anno.

Valdis Dombrovskis, Vice Presidente europeo e responsabile del Dialogo Sociale ha recentemente dichiarato che “il ruolo delle parti sociali è centrale per andare avanti col Pilastro Europeo dei Diritti Sociali. In particolar modo quando si tratta di prendere di petto le sfide con le nuove forme di impiego e fornire adeguate condizioni di lavoro per i lavori atipici”.

Marianne Thyssen, Commissario al lavoro ha aggiunto che “i lavoratori hanno il diritto di essere informati sui loro diritti e doveri quando iniziano un lavoro. Voglio che tutti i lavoratori in Europa siano coperti da tutele di base, aldilà del proprio stato di impiego, siano lavoratori di piattaforme online o fattorini”.

Il prossimo 17 novembre 2017 a Göteborg, in Svezia, si terrà il Summit sui diritti sociali per la crescita e un lavoro giusto.

Le 10 leggi del Social Media Manager

Le 10 leggi del Social Media Manager

Se un giovane volesse diventare un Digital Media Specialist (detto comunemente Social Media Manager ma a noi piace definirlo almeno una volta secondo l’e-CF) da dove dovrebbe iniziare?

Di certo puntare sul contenuto e il social media marketing può aiutare a migliorare i risultati del proprio lavoro in azienda o per i clienti.

Tuttavia per coloro i quali si sentono social media manager “dentro”, ma senza grossa esperienza o competenza, tutto ciò può essere impegnativo.

Può servire creare una base utile per lavorare con i clienti, la propria azienda o per la propria crescita professionale.

Secondo Susan Gunelius, CEO di KeySplash Creative, le 10 leggi del social media manager possono essere le seguenti.

La legge dell’ascolto

Il successo sui social media e il content marketing richiede più ascolto e meno chiacchiere. Leggere i contenuti online del proprio pubblico target e partecipare alle discussioni per imparare cosa sia importante per loro. Solo allora si può creare contenuto e conversazioni brillanti che aggiungono valore invece di creare confusione.

La legge del focus

Meglio specializzarsi che essere un tuttofare. Una strategia social media e di content marketing altamente focalizzata a costruire un marchio forte ha più chance di successo che una strategia ampia che provi a parlare a tutti di tutto.

La legge della qualità

La qualità batte la quantità. Meglio avere 1.000 connessioni online che leggono, condividono e parlano del tuo contenuto con il proprio pubblico che 10.000 connessioni che scompaiono dopo essersi connessi con te la prima volta.

La legge della pazienza

Il successo sui social media o con il content marketing non arrivano da una notta all’altra. Se da un lato è possibile avere un successo fugace, è altrettanto vero che bisogna impegnarsi a lungo per ottenere risultati.

La legge della combinazione

Se pubblichi contenuti interessanti e di qualità e lavori per costruire un pubblico online di qualità, li condivideranno con i loro contatti su Twitter, Facebook, LinkedIn, sui loro blog e via dicendo.

Questa condivisione e creazione di discussioni sul tuo contenuto apre la strada per nuovi ingressi dai motori di ricerca come Google per trovarti tramite alcune specifiche parole chiave.

La legge dell’influenza

Investire del tempo nel trovare gli influencers online del tuo segmento di pubblico con un audience di qualità e che possono essere interessati ai tuoi prodotti, servizi e attività.

Connettiti con loro e lavora per costruire relazioni durature.

Se vieni riconosciuto come voce autorevole e fonte di informazioni interessanti, possono condividere i tuoi contenuti con i loro follower e portarti una nuova ondata di contatti.

La legge del valore

Se spendi tutto il tuo tempo sui social solo per promuovere i tuoi prodotti e servizi, le persone smetteranno di ascoltarti. Devi aggiungere valore alla conversazione. Concentrati meno sulla conversione e di più sulla creazione di contenuto interessante e sviluppa relazioni con gli influencers online. Tutto ciò può portare queste persone a creare un’opportunità per fare attività di marketing del passaparola.

La legge del riconoscimento

Se non ignoreresti qualcuno che ti si presenta davanti in carne e ossa, non farlo online. Costruire relazioni è una delle parti più importanti del social media marketing di successo. Dai il giusto riconoscimento a ogni persona che ti contatta.

La legge dell’accessibilità

Non pubblicare il tuo contenuto per poi scomparire. Resta disponibile per il tuo pubblico. Ciò significa che bisogna pubblicare regolarmente contenuti e partecipare alle conversazioni. I followers online possono essere incostanti e non ci pensano due volte a lasciarti perdere se scompari per settimane o addirittura mesi.

La legge della reciprocità

Non puoi aspettarti dagli altri che condividano il tuo contenuto o parlino di te se non fai lo stesso per loro. Dedica una parte della tua attività di social media manager a condividere e parlare dei contenuti pubblicati dagli altri.

Liberamente tradotto da qui.

Internet Festival, quale forma al futuro del lavoro digitale?

Internet Festival, quale forma al futuro del lavoro digitale?

Internet Festival ritorna dal 5 all’8 ottobre 2017 a Pisa con la nuova edizione. L’appuntamento annuale con i temi dell’innovazione digitale e della Rete ha come cornice di significato dell’iniziativa le “forme di futuro”. La parola chiave è il #sentiment.

Un sentiment però che per qualcuno è negativo prima della partenza. Soprattutto per chi ha notato l’ennesima forma di lavoro precario, non riconosciuto e sottopagato verso i lavoratori del web.

Il nodo della polemica è la (quasi) mancata retribuzione dei volontari dell’Internet Festival.

Come si legge nella pagina dell’annuncio, i volontari selezionati avranno un rimborso per prestazione occasionale di 250 euro lorde, circa 4 euro l’ora lorde per i 4/5 giorni di lavoro (se includiamo il giorno precedente alla manifestazione con un orario che va dalle ore 9-10 alle ore 24).

I profili professionali richiesti sono:

  • Ufficio stampa
  • Back office eventi
  • Info point
  • Accoglienza visitatori nelle location e assistenza transfer
  • Social Media Editor & Blogger
  • Multimedia Editor (Photographer o Videomaker)

Dal punto di vista retributivo fanno sicuramente compagnia ai fattorini della gig economy. O forse, anche peggio.

Il ragionamento tuttavia va fatto in maniera più ampia.

Uno dei principi su cui – malamente – si fa leva quando parliamo di professioni digitali, soprattutto per chi si affaccia per la prima volta verso questo mondo è “posta, twitta, pubblica foto che noi ti ripaghiamo con la visibilità sui social grazie al nostro potente brand e ai nostri numerosi follower/fan”.

Un po’ come la mela della strega cattiva di Biancaneve, dall’aspetto accattivante ma con un retro gusto – diciamo – amaro.

Sicuramente non cambiano la vita in termini retributivi e previdenziali quattro giorni di iniziative.

Ma se consideriamo che molte persone nel corso dell’anno per fare curriculum (si farà davvero?) partecipano a più iniziative simili all’Internet Festival, vediamo come si crei un continuum di retribuzioni (quando sono presenti) di basso livello che da un lato sollevano dai costi le macchine organizzative degli eventi, dall’altro offrono solo occasioni effimere di guadagno per quei giovani e meno giovani che per un tweet o un post di popolarità (una volta erano 15 minuti!) sacrificano giorni di impegno e competenze. E intanto il tempo passa…

Come si può notare dalle figure professionali richieste nell’annuncio, le professioni digitali sono proprio tra quelle che oggi soffrono, da un lato, di più la mancanza di occupazione e di un riconoscimento professionale (vedi i dati sugli occupati in ambito giornalistico),  e dall’altro sembrano essere i lavori di oggi/domani (ne abbiamo scritto più volte sulla mancanza di competenze digitali e relativa occupazione in Italia e in Europa).

Per certi aspetti è bello vedere come la fondazione Sistema Toscana insieme ad aziende, istituzioni, università e media a supporto dell’evento diano vita a iniziative culturali anche interessanti.

Internet Festival dimostra come il digitale sia un tema sempre più centrale nella vita delle persone e va giustamente colto sotto varie sfaccettature.

Per altri aspetti sarebbe bello che proprio la cultura offra opportunità lavorative più dignitose per tutti i soggetti coinvolti in questi eventi, in nome di quella capacità di analisi, di approfondimento e di critica che dovrebbe portare a fare un ragionamento sul lavoro – anche quello digitale – a 360 gradi.

Quindi anche in termini di tutele e riconoscimento dei diritti per chi offre la propria “volontarietà” (come si legge nell’annuncio, bisogna anche garantire almeno il 75% della presenza offline e online).

Basta ricordare il recente caso Carpisa per vedere come le professioni della conoscenza, più in generale, siano sinonimo di sfruttamento e di accrescimento di quell’idea – pericolosa – che fino a quando si viene pagati, anche poco e male, vada tutto per il verso giusto.

Ai diritti e alle tutele c’è sempre tempo per pensarci o aspettare che altri lo facciano.

Ma in realtà non è così. O almeno, non dovrebbe andare così.